venerdì 10 ottobre 2014

LUCIDOSOTTILE - ALL’ULTIMO SANGUE


9 Ottobre, ingresso della Regione in viale Trento a Cagliari, le artiste della compagnia LucidoSottile, Tiziana Troja e Michela Sale Musio, hanno inscenato la performance “All’ultimo sangue”.
Si sono dissanguate e hanno lasciato ciò che scorreva nelle loro vene in tre calici:
uno per il presidente Pigliaru.L’altro per l’assessore alla cultura Firino.
Il terzo per le banche.A seguire il documento inoltrato alla stampa:

LUCIDOSOTTILE -
ALL’ULTIMO SANGUE



Ovvero: per colpa di Pigliaru e Firino le banche ci stanno dissanguando
Come tutte le compagnie e le associazioni professionistiche di spettacolo riconosciute dalla Regione Sardegna, anche LucidoSottile attende da oltre un anno lo sblocco dei finanziamenti.

Sia quelli già deliberati dall’amministrazione Pigliaru e, purtroppo, anche da quella precedente guidata da Ugo Cappellacci.
Risorse con le quali la nostra compagnia (riconosciuta anche dal MIBAC) forma nuove professionalità e garantisce posti di lavoro, oltre che produrre spettacoli che hanno l’ambizione di portare il loro contributo alla crescita culturale di quest’isola e del paese.
Negli ultimi anni i tagli al comparto dello spettacolo sono stati dolorosissimi: la giunta Pigliaru ha ridotto del 40 per cento le risorse destinate alle compagnie.
Ma a mettere a serio rischio l’esistenza stessa delle nostre imprese è adesso la volontà dell’assessorato alla Cultura di non procedere alla liquidazione delle somme già deliberate. Anche LucidoSottile attende addirittura il saldo dei contributi del 2011, quello del 2013 e l’acconto per l’attività del 2014.
Anche LucidoSottile ha dovuto chiedere un prestito alle banche, pagando così a caro prezzo la cattiva volontà della Regione, che costringe gli operatori culturali ad indebitarsi con gli istituti di credito, pur di non chiudere la propria attività e licenziare i propri dipendenti.
Ormai non possiamo più parlare di inefficienze e di burocrazia ma, a fronte di tante sollecitazioni che sono giunte da parte degli operatori all’assessore Firino e al presidente Pigliaru, dobbiamo parlare di una evidente volontà di questa amministrazione di mortificare e umiliare il settore dello spettacolo dal vivo. La delibera adottata a favore dei gruppi dalla giunta Pigliaru lo scorso mese di agosto non ha ancora prodotto alcuna ricaduta reale, perché le risorse non sono state ancora messe a disposizione delle compagnie.Le banche ci stanno dissanguando e, con il loro atteggiamento, anche il presidente Pigliaru e l’assessore Firino: ecco il perché della nostra performance di oggi.
LucidoSottile chiede l’immediato sblocco del saldo 2013 e dell’anticipo relativo all’annualità 2014… anno che, peraltro, sta volgendo al termine.




Direttore caro,
Ho saputo oggi di una performance molto forte e cruda di due artiste Cagliaritane che seguo con grande interesse, parlo delle Lucido Sottile, Tiziana Troja e Michela Sale Musio, che oggi 9 Ottobre, nel luogo simbolo dell'ingresso della Regione di Viale Trento, hanno inscenato la performance "All'ultimo sangue".
Pubblicamente hanno lasciato scorrere il loro sangue per versarlo in tre calici, da fare bere (o succhiare?) idealmente al Presidente Pigliaru, all'assessore alla cultura Firino ed alle banche.
A questa rappresentazione drammatizzata, ma non troppo, hanno accompagnato un documento che esplica il perché del forte gesto:

La compagnia Lucido Sottile attende da oltre un anno lo sblocco dei finanziamenti già deliberati, finanziamenti esigui, dal momento che la stessa giunta Pigliaru ha già tagliato i finanziamenti del quaranta per cento.
L'assessore alla cultura sembra avere deciso di non volere procedere alla liquidazione delle cifre già deliberate, come non bastasse non sono ancora stati saldati i contributi del 2011, quello del 2013 e l’acconto per l’attività del 2014.
In questo scenario, la compagnia è stata costretta a chiedere un finanziamento bancario, la delibera adottata dalla giunta Pigliaru lo scorso agosto non ha ancora prodotto nulla,  le risorse non sono state ancora messe a disposizione delle compagnie.
Mi chiedo perché mortificare fino a tale l'arte e la cultura del proprio territorio?
In questa maniera si mirerebbe a divenire capitale europea della cultura?
Posto che l’interlocutore in questione è la Regione, non voglio dimenticare gli interventidel’assessorato comunale competente.
Guardare la pagina FB del sindaco e trovo un entusiasmante sondaggio sul colore dell’asfalto del Lungomare Poetto. 
Ocra o rosso ? 
Questa è l'idea della cultura radicata in una comunità? Individuare attraverso un sondaggio il colore dell'asfalto?
Le scrivo mosso dalla speranza che le Lucido Sottile e non solo vengano sostenute dalla loro terra e dalla loro comunità, che siano tutelate anche nella loro rappresentanza politica, nell'interesse di quel patrimonio e bene linguistico, comune e impagabile, che sono gli artisti che vivono e animano la loro terra.
Con stima e affetto, Mimmo Di Caterino.

Fedez? Un artista di questo secolo!


Di seguito riporto la vicenda raccontata da Fedez, attraverso il suo profilo Facebook.




 Profilo Facebook di Fedez, 8 Ottobre 2014:

Oggi (l'onorevole) Stefano Pedica ha avuto l'ardire di accusarmi di Vilipendio per il testo di "Non sono Partito"; mi viene proprio da ridere. Tralasciando il fatto che il reato di Vilipendio implica un'offesa e che gli unici a sentirsi offesi dalle istituzioni sono i cittadini, mi chiedo come il fatto di augurarsi che il CAPO DELLO STATO si presenti SPONTANEAMENTE a deporre su una questione così delicata come la trattativa Stato-Mafia possa essere considerato un reato. A meno che non si ripristini la censura e tutto ciò che non è allineato con il potere venga etichettato come diffamatorio. Ma il punto è un altro, ed è che la nostra classe politica sembra più concentrata a fare interrogazioni parlamentari su una partita di calcio e a condannare i testi di un "rapper" piuttosto che dedicarsi ad analizzare i veri problemi del paese. Non sono intimidito, si è solo passati dal metodo "Boffo" al metodo "Goffo". Venendo al pezzo in questione, vorrei precisare alcune cose: Ho deciso di espormi in prima persona e di metterci la faccia non certo per fare propaganda politica, semplicemente credo fortemente nel concetto di "Cittadinanza Attiva" e scrivendo canzoni di professione, penso che questo sia il modo migliore per dare il mio contributo. Non voglio orientare le scelte politiche del mio pubblico e non ho la pretesa di essere nel giusto, ho semplicemente scritto quello che penso. In un momento per me di grande visibilità mediatica l'ultima cosa di cui avevo bisogno era espormi politicamente, con tutti gli attacchi e le conseguenze che ne sarebbero potute derivare. E' vero, non è stata una mossa furba, ma oggi più che mai sono orgoglioso di non far parte della cosiddetta ITALIA DEI FURBI.

 Profilo Facebook di Fedez, 9 Ottobre:

 Apprendo ora che due esponenti del PD hanno fatto esplicita richiesta a SKY di prendere posizione riguardo al mio ruolo e alla mia presenza nel programma di X Factor per aver espresso un'opinione politica al di FUORI da tale contesto. Io non sono a X Factor per fare propaganda e mai l'ho fatta, ma da cittadino ho le mie idee politiche e non ho nessun motivo per tenerle nascoste, il fatto che per averle espresse si chieda la mia testa ci riporta indietro di 60 anni alla censura e al fascismo. Buona notte a tutti. 




I miei anni novanta, sono stati anni di utopia e politica che in sincronia si facevano linguaggio dell'arte. Poi si è passati da Indymedia a Facebook e i movimenti sono diventati sempre più una applicazione in comune. Da quarantunenne, ho sempre visto l'aspetto politico del hip hop come radio dei movimenti, sempre più deteriorarsi, ma qualche mio coetaneo della scena milanese è stato più veloce nel capire la mutazione in corso, J-AX qualche anno fa tra Pisapia e Moratti, sosteneva apertamente a Milano il candidato cinquestelle e lui come artista nasce con Leoncavallo.
Per cui vedere un Jovanotti che offre da un ventennio sostegno incondizionato al PD, come Guttuso sosteneva il partito comunista, mi è sempre parso illuminante per capire che i movimenti da seguire non erano in quella direzione. In questi giorni mi ha piacevolmente sorpreso l'impegno politico di Fedez, che fino a qualche mese fa, liquidavo come fenomeno d'immagine mediatica d'ultima generazione (alla Moreno di Amici per intenderci); con un suo brano è riuscito a fare più lui in dieci giorni attraverso la sua viralità mediatica che rimbalza anche attraverso MTV che Nichi Vendola e Bertinotti con i loro monologhi da intellettuali da salotto; un suo pezzo virale a sostegno del movimento cinque stelle è riuscito a smuovere il PD Renziano (e perché no, anche Santoriano) fino a farlo andare a bussare alla porta di SKY a chiedere di conto sul dirottamento di voti che Fedez farebbe passare, attraverso il suo ruolo di giurato nel talent show.
Eppure era lo stesso PD a difendere Santoro, quando si parlava di "uso criminoso della televisione pubblica", mi sbaglio? 
Nel caso dell'editto bulgaro, si trattava tv pagata effettivamente dai contribuenti, e di trasmissioni che facevano informazione pubblica. Ma Sky non è il libero mercato privato che aiuta a svecchiare anche la politica italica?
Reazionario il PD Renziano quanto il PDL di Silvio Berlusconi, ma molto, molto, molto, molto più grottesco. 
I cinque stelle, nel loro essere un movimento dettato da una applicazione, stanno intimorendo il palazzo romano, la loro idea di demolire Roma attraverso il voto e costruire dal basso, pietra per pietra localmente, è qualcosa di mai visto nella storia non solo della nostra nazione. Fedez, ha un merito storico, essermi riuscito a fare capire che non tutto l'hip hop d'ultima generazione è da cestinare nel nome dell'individualismo e del mercato, l'hip hop è ancora una radio politica, che ci proietta nel mondo che verrà, proprio come lo è stato per la mia generazione negli anni novanta. 
Un ragazzetto, un ragazzetto per il quale si mobilitano gli sgherri del Pd, deve far riflettere su cosa sia la politica oggi, sul fatto che la metà della popolazione non vada a votare, anche perchè esistono delle leggi elettorali fatte ad arte, che lo rendono inutile. 


giovedì 9 ottobre 2014

Il Manifesto? Non è un quotidiano comunista di Delfo Cantoni.

Il Manifesto? Non è un quotidiano comunista di Delfo Cantoni.

Non siamo duri e puri con la verità in tasca.
Avete voi ridotto la sinistra d’alternativa o come la chiamano altri la sinistra radicale al lumicino.
Un giornale come "IL Manifesto" è una merce come un'altra e si deve vendere, la direttora non voleva il giornale partito.
Ma "il Manifesto" cooperativa, ha pur sempre quella carta e quell’inchiostro che i duri e puri non hanno, ecco la libertà di stampa in un giornale che censura le lettere, non le pubblica e cerca la collusione con chi di fatto non sa, perché troppo giovane a volte, ed allora segue questi signori. 
La verità in tasca ogni giorno pensano di averla loro.
Non esce più "Liberazione",  non esce più "l’Unità",  "il Fatto quotidiano" è un giornale generalista, anche se non ha torto ha rivendicare che non riceva i contributi pubblici de "il Manifesto".
Credo che le rovine di Rifondazione comunista abbiano diviso la direzione, lo spettro di Niki Vendola aleggia.
La Rangeri mi dicono essere amica personale di Vendola, l’unico merito politico della Rangeri è averne chieste le dimissioni, dopo tutto la politica resta politica.
I compagni de "Il Manifesto" si sono divisi per occupare altre caselle disponibili, un ricambio vero non c’è stato, essi sono un élite, senza popolo numerosi nei marosi, una nave ingovernabile.
Pezzi di borghesia, gente che abita nei quartieri chic della capitale, ed un culto della personalità a loro dovuto.
Di fatto Parlato avrà i funerali di stato? 
In redazione a via Bargoni hanno le foto dei redattori formato poster, neanche si trattasse della redazione di Vanity Fair o Cosmopolitan.
Io credo che sia scaduta la qualita di queste persone, c’è una data di scadenza che non è per forza anagrafica.
Lo dice l’intelligenza, il buon gusto, quando le commedie algide e ciniche di Norma Rangeri maschera di tanti teatri avra distrutto quello di comunista che c’è in questo paese, vedremo i veri steccati di classe, ancora più alti ed invalicabili.
Il giornale del precariato universitario ed intellettuale, che vorrebbe essere elitista ma Marx lo conoscono meglio di loro da altre parti.
Invitati da Vendola alla manifestazione imbroglio, per prendere i voti al PD domani, cosa che non riuscirà.
Vendola è politica, non stare nel recinto del cosiddetto centro sinistra te lo disse il tuo puparo Bertinotti, che ti teneva sulle ginocchia.
Io vedo che il PD ha partecipato a tutte le guerre, ha avviato con il pacchetto Treu le politiche più liberista, a già allora non si chiamava PD, va sempre più a destra.
Non faccio l’errore di Norma Rangeri che mise Fanfani fra i presidenti delle Repubblica.
Non è questione di chi è più duro più puro, non sono duri non sono puri, non è un giornale comunista.


T.A.M. Cagliari nr.34 # Franco Fiorillo "Pensa adagio".

T.A.M. Cagliari nr.34 # Franco Fiorillo "Pensa adagio".



martedì 7 ottobre 2014

CAMUSSO INCONTRA RENZI: TEATRINO PER ALLOCCHI di G Angelo Billia.

CAMUSSO INCONTRA RENZI: TEATRINO PER ALLOCCHI

Ho passato il mio bel tempo sindacale nella CGIL e ho avuto modo di apprezzare la correttezza dei quadri provenienti dal PCI berlingueriano, disposti a passare sopra a tutto e a tutti purchè il “verbo” di “casa” avesse la preminenza. 

Potrei raccontarne di storie “democratico-sindacali” anche di quell’epoca storica!
 Ma il passato non serve, non serve ricordare che la lotta dei dipendenti FIAT e non solo, è stata “terminata” a causa della “paura” indotta da quarantamila provvidenziali prezzolati FIAT.
Conosco i ragionamenti che sono alla base delle lotte indette per necessità di facciata e soprattutto quelli che determinano la loro chiusura. 

In quest’ultima categoria rientrano le considerazioni “sensate” del tipo: “ guadagnano già poco, quanti reggerebbero se si prolungassero gli scioperi?”. 
Essendo uno che guadagnava poco contestavo allora questi ragionamenti, esattamente come li contesto oggi.
Il pistolotto qui sopra per dire che c’è una lunga tradizione di “lotta e di governo” anche nella CGIL e che, quando il governo è congeniale alla dirigenza sindacale, la lotta si esaurisce in qualche sciopero simbolico.
Camusso esce dall’incontro con Renzi confermando lo sciopero del 24 ottobre: 

non siamo soddisfatti”
Scandisce. 
Sono commosso da tanta comprensione. 
Davvero si pensa di salvare la faccia del sindacato mettendo insieme qualche frase roboante in un comizio garantito dal “servizio d’ordine”?
Il paese è in mano ad un gruppo di manutengoli che si spendono in nome degli interessi supremi… della borghesia e tutto quello che sappiamo mettere in campo è lo sciopero del 24?
La Costituzione calpestata, tutto l’impianto delle conquiste dei lavoratori al macero e, arrivo a dire, magari fosse solo l’art. 18! 

Il diritto ad una vita di lavoro, negato, il diritto ad avere un luogo in cui vivere, negato, la scuola volta a dare pari opportunità e pari conoscenze a tutti, negata, la sanità a costo zero e prestazioni uguali per tutti, negata, il diritto di approdare ad una pensione decente, negato.
 Lo stesso accorpamento del TFR in busta paga, ha il solo scopo di annullare l’ennesima conquista dei lavoratori.
Come se non bastasse, i fondamenti stessi dello Stato democratico, seppur ampiamente disattesi anche in precedenza, sotto i colpi di maglio del duo Napolitano-Renzi stanno finendo in poltiglia.

 Lo svilimento del Parlamento, peraltro composto col criterio fascista dei nominati, assume sempre più il carattere preminente della ribalta televisiva, cioè il posto dove, in cambio di qualche voto alla scelleratezza del momento è possibile accedere ai media per dire “ho votato, ma non sono d’accordo” e assurgersi così all’universo di quelli che contano, da prendere ad esempio.
In una situazione siffatta, immagino Camusso uscire dal prossimo incontro con una “vittoria”, magari una limatina al taglio di questo o quel diritto. 

E immagino i pretoriani nel sindacato che diranno, “lo so, abbiamo perso, ma come si fa a chiedere di continuare con gli scioperi chi già sta male”!
Osservo che, già così, la situazione è durata troppo a lungo.

 Non s’illuda Camusso di sfuggire all’inevitabile resa dei conti. 
E’ vero, la sinistra è ridotta ad un coacervo di apprendisti stregoni scarsamente pericolosi, ma non conterei su questo per evitarla. 
La storia insegna, anche se alcuni la considerano un inutile orpello.



TESSERE PRONTO USO

Solo chi non c’era non può ricordare le alchimie “tesseresche” della DC o del PSI di Craxi. Chi all’epoca c’era, alla relativamente recente “notizia” delle “primarie” con due milioni di voti (e quindi di tesserati) del PD, aveva già classificato la cosa.
Ci sono diversi modi d’approccio al tesseramento per una forza politica, di quello che vuole le tessere raccolte fra persone che aderiscono convinte di farne parte, perché ne condividono la politica e scelgono di esserne anch’essi promotori sul piano operativo, non parlerò. 

Troppo classicamente onesto e “ideologico”.
Così come i tesserati d’imperio defunti rientrano direttamente nell’altrettanto classico imbroglio.
Mi limito quindi a ripescare nelle altre esperienze dei partiti su menzionati.
Intanto, il numero delle tessere raccolte, è sempre direttamente proporzionale alla gestione nazionale e locale del potere.

 E’ facile tesserare chi spera di avere l’aiutino per le cose più disparate: la pratica tecnicamente borderline; l’appalto per tappare due buchi sulla strada; la speranza dell’aiuto nel concorso locale; la raccomandazione per l’assunzione del figlio disoccupato; la speranza dell’artigiano nullatenente di entrare nel gota dell’imprenditoria; il “pagamento” del “favore” che a volte si ritiene ricevuto solo perché l’hanno fatto credere, la speranzella di essere candidati in qualcosa perché “molto dotati”, ecc.
Questa contiguità, quasi sempre spuria, al potere, può essere tranquillamente classificata sotto la voce corruzione spicciola. 

Sotto la stessa voce si possono catalogare le corti personali dei singoli politici, alle quali a volte bisogna aggiungere, però, l’autopromozione psicologica: “sono amico di chi conta, quindi conto anch’io”.
Accanto e frammisto a questo primo filone ve n’è un altro.

 E’ quello relativo al peso delle “bande”, cioè gruppi di potere all’interno del gruppo di potere centrale, il partito. 
Lì ci si può sbizzarrire ancora di più, perché sempre ci si trova di fronte a suddivisioni pseudo ideologiche ( sinistra contro destra, centro contro tutt’e due, ecc.), divisioni che fanno capo, sempre e comunque, ad interessi economico-politici di potere, delle singole bande e dei relativi capibanda.
Queste sono le ragioni non ammissibili del PD, che dice che le tessere non sono un problema. 

Oggi la “crisi” del tesseramento PD, ha una sola spiegazione, nota a chi la vuol vedere: 
non servono. 
Ma si può star certi che all’occorrenza, magari per ridare una lustratina “democratica” al dittatorello di turno, le tessere torneranno a piovere.
Se qualcuno, avendo presente questo quadro, critica i “tesserati” perché “non capiscono nulla” sbaglia, perché alimenta l’imbroglio mediatico secondo il quale si tratta di democrazia, quando in realtà è solo la spia della marcescenza che sempre s’accompagna alle dittature.





IL PRESIDENTE?

Mi domando dov’è finito quel Presidente che rampognava Berlusconi per i troppi decreti, le troppe fiducie chieste al Parlamento. 
Ricordate? 
Si svilisce il Parlamento, diceva. 
Come? 
Nel cesso con la Costituzione?
Sbagliato. 
Nel cesso ci ha messo solo la costituzione, lui è ancora lì. 
Ha solo cambiato “segno”.


































































sabato 4 ottobre 2014

Sanità di G Angelo Billia

SANITA’?

Lorenzin insiste: la sicurezza dei malati è a rischio, stamina non si può sperimentare.

 Se gli esperti sono della sua “forza”, personalmente le risultanze di tanto “ingegno” sento il bisogno irrefrenabile di buttarle nel cesso, a prescindere. 
Ma il problema è veramente complesso, più di quanto non sarebbe se di fronte avessimo solo principi scientifici e l’interesse del malato, anziché avere il portiere del palazzo del feudatario che ci spiega come devono curarsi i servi della gleba.
La prima cosa che viene in mente, tanto logica quanto scontatamente scientifica, è il fatto semplicissimo che, quando si pongono due alternative, al di là del parere degli esperti (ognuno usa i suoi e in astratto è impossibile affermarne l’attendibilità scientifica), conviene metterle a confronto pubblicamente. 

Nello specifico, poi, si afferma che stamina mette a rischio la salute dei malati, cosa senz’altro possibile, ma indimostrabile, se non si fa una pubblica verifica incrociata. 
Ciò che risalta, in questa, come in tante altre vicende sanitarie, è la mancanza assoluta di senso del ridicolo.

 Come giustificare altrimenti, il fatto che se la gente si rivolge a Stamina è perché non ha trattamenti soddisfacenti dalla medicina accademica?
 Certo, la gente comune non ha accesso ai media, non può affermare impunemente “la terapia pubblica è un imbroglio”, spiegando la cosa con il loro essere esperti perché l’hanno vissuto in prima persona.
E purtroppo la storia non si limita a questo, per il semplice fatto che, quand’anche a furor di popolo si arrivasse ad una sperimentazione, i criteri con cui verrebbe fatta farebbero sempre la differenza.
Con uno sforzo, neanche molto eccessivo, di analisi, si può classificare la medicina accademica in questo modo:


1) Il corpo medico è formato nell’ignoranza più assoluta sull’origine della maggior parte delle malattie; 


2) la ricerca “scientifica” spesso attribuisce l’origine del male a delle semplici concause, persino dubbie, nell'ignoranza di quella principale; 


3) la ricerca farmacologica, checché se ne dica negli annunci pubblicitari, è sempre sintomatica essendo ignota la causa della patologia;


4) la dotazione farmacologica comprende, quindi, farmaci sintomatici, quando non velenosissimi e costosissimi puri e semplici placebo; 


5) la terapia, sempre viziata dal difetto d’origine della causa sconosciuta, viene somministrata sulla base di protocolli messi a punto nel tempo, applicando, su base empirica, medicamenti e farmaci per curare ciò, che si conosce solo su base anch’essa empirica.


Si potrebbe continuare, ma è sufficiente la constatazione che tutto questo è considerato indubitabilmente scienza.
Lo sforzo di fantasia ora occorre per immaginare come può essere libera una sperimentazione di qualcosa che, è già stata empiricamente pubblicamente condannata, in un ambiente viziato dalle caratteristiche sopra riportate.
Si badi che la cosa non implica necessariamente malafede da parte dei soggetti interessati: questo sanno, di questo sono convinti e questo in coscienza (sempre la loro) applicano.
Spesso la storia si ripete, anche se mai meccanicamente , per questo viene in mente Lister e l’introduzione della disinfezione delle ferite con l’acido fenico, quando ancora imperversava la teoria del miasma nel mondo scientifico, che lo osteggiò calunniandolo in ogni modo. 

Certo la storia ha dimostrato che aveva ragione, ma quanti arti amputati per cancrena, quanti deceduti per infezioni post operatorie ci sono stati prima che la sua scoperta venisse applicata? 
Il tutto nel nome della scienza.
Rendite di posizione, patrimoni costruiti con i farmaci, tranquillità pelosa dovuta alla copertura giuridica pseudoscientifica, fanno sì che il paziente sia e rimanga un numero, a dispetto dell’approccio più umano dei singoli sanitari.
-Tu hai x e x si cura con y, punto. - Ma… niente ma, così è. –E se muoio nonostante (o a causa) di y? –Che vuoi, è la malattia che ti ha ucciso- 
Un po’ forzata, ma questa è l’essenza del modo di procedere sanitario. 

Per la “scienza”, per i suoi sacerdoti e per il codice penale non c’è spazio per chi non accetta verità assolute, basate spesso su molto scientifiche supposizioni.
Un pensiero mesto a chi, ancora, beve ciò che un potere senza pietà gli somministra, se guerra della ragione deve essere, la mia guerra è anche per loro.




SENZA NON C’E’ FUTURO - G Angelo Billia


A proposito di TFR.

Dunque, le cose stanno così, siccome la rapina sulle buste paga è arrivata alle estreme conseguenze, ( riduzione di fatto degli stipendi, contratti capestro, beni d’acquisto di prima necessità che assorbono tutte le entrate, quando bastano, disoccupati che non sanno più come comprare il necessario, ecc.) la trovata fondamentalmente sta nel chiedere in anticipo il TFR.

 Contrariamente a quello che si vuole far credere, l’obiettivo non è finanziare la disperazione, bensì far entrare nelle capaci tasche dai ladroni ciò che al momento non è ancora nella disponibilità dei lavoratori. 
Pochi hanno compreso che Renzi, dopo aver portato i lavoratori ai livelli del primo novecento, con questa mossa, senza nessun infingimento sta vendendo anche il loro futuro.
 Immaginate che accadrà quando saranno terminati i risparmi che i lavoratori più anziani, (una parte), stanno usando per sostenere i figli disoccupati, pensate alle riforme pensionistiche che di fatto impediranno anche a chi avrà avuto la fortuna di lavorare, di godere di una pensione minimamente utile alla sopravvivenza, a quando i TFR del passato, serviti spesso a garantirsi il bene primario dell’abitazione finiranno al macero, inghiottiti dai debiti contratti per rinviare la fine accuratamente pianificata dai padroni di Renzi. 
Pensateci, e vi renderete conto che siamo in guerra, una guerra non dichiarata che ha l’unico scopo di mantenere e aumentare le ricchezze nelle mani di pochi. 
In guerra, come si sa, anche quelli che credono di essersi imboscati prima o poi finiscono sotto il fuoco. Pensateci, sappiate che quello che ancora molti ritengono essere un modo di pensare e agire da persone per bene, è semplicemente politica dello struzzo, o, per meglio dire, vigliaccheria.








SENZA NON C’E’ FUTURO - G Angelo Billia

Spesso, la foga della dialettica porta a confrontarsi semplificando, dando per scontato che ci sia almeno un comune denominatore e che sia tale da permettere di essere compresi. 

Forse, ma solo forse, in certi momenti questo è stato possibile, ma oggi certamente non è così.
Quello che potrebbe apparire come un semplice confronto nell’ambito di un’idea condivisa, all’interno della quale le differenziazioni sono sempre di ordine tattico, perché riguardano il “modo” e non il “cosa”, in realtà sottende spesso anche ai problemi strategici.
Il modello di società che proponiamo, il ruolo primario della classe operaia e del suo sistema d’alleanze, nella fase della lotta per la conquista del potere e, nella fase successiva, del suo consolidamento, sono gli elementi fondamentali, dati per scontati, privilegiando invece una concezione soggettiva, spesso inamovibile, che si confronta con altre concezioni divergenti dalle proprie, anch’esse spesso inamovibili e che di fatto sottendono senza esplicitarle, concezioni del “cosa” altrettanto contrapposte.
E’ un fatto, che nella storia del movimento operaio, ogni scostamento dalla concezione marxista non è mai apparso come tale, ma al contrario, si è sempre esplicitato sotto forma di divergenze sulla tattica da seguire. Questo, tra l’altro, ha portato spesso ad una definizione giustificazionista di elementi politici e di persone che ne erano portavoce obiettivamente controrivoluzionarie, esemplificata dalla frase “compagni che sbagliano”. 

Un esempio per tutti: quanta parte del PCI, ha inteso giustificare, in questo modo, l’ingresso del PSI nel primo governo di centro sinistra? 
E quanto di questa giustificazione ha coperto il fatto che la scelta strategica del PSI era necessariamente diversa da quella comunista e che non poteva essere diversamente? 
Vero è che nello stesso PCI era già presente il germe revisionista che l’avrebbe portato a seguire il PSI e a portare il progetto di Nenni alle estreme conseguenze.
Come si vede, un balzo indietro di alcuni decenni permette di collocare le scelte di Rifondazione Comunista in una dimensione tutt’altro che moderna. 

Come spiegare, altrimenti, la ricerca pervicace di una sponda borghese di “sinistra”? 
Eppure il tutto appare come si trattasse di divergenze sulla tattica!
Ma la questione non si ferma alla sola Rifondazione Comunista, nel mondo dei comunisti “duri e puri”, quelli per intenderci, che hanno scelto un percorso diverso da Rifondazione, c’è un fiorire di scelte “tattiche” che vede contrapposti gli uni agli altri, un gruppo all’altro gruppo, un partito all’altro partito. 

Per tutti formalmente l’elemento scontato è esemplificabile nella convinzione di ognuno di essere l’interprete marxista “più”. 
Partendo da questa convinzione si continua ad allargare, in modo molto poco marxista, la forbice delle contrapposizioni, a volte furbesche (siamo i migliori e freghiamo tutti), a volte insensate (siamo i migliori e prima o poi lo capirete).
A corollario di queste situazioni, al primo posto troviamo una capacità d’analisi spesso viziata dalla propria esperienza personale, a volte mutuata pari, pari, dai classici, senza alcun riferimento alla realtà contemporanea, altre volte dalla febbre del “rinnovamento” che permetterebbe di superare gli errori del passato.
Di questi tempi è di moda riferirsi con livore alla passività del popolo, di fronte alla situazione che lo vede oggetto di un attacco senza precedenti ai propri fondamenti di vita stessi. 

Chi lo fa, in genere interviene dall’”alto” della convinzione soggettiva di essere “migliore”.
 Pochi, veramente pochi, si pongono il problema dell’assenza assoluta del partito, l’unico che può, e anch’egli in una certa misura, contrastare l’influenza della macchina ideologica della borghesia e che può dare le gambe ad un progetto realistico di radicale cambiamento.
E’ facile capire, che gli effetti devastanti del monopolio dei media borghesi, non si limitano a colpire gli “impreparati” che mancano di qualsiasi cultura politica, ma va ad incidere anche sulle analisi di quelli che questa cultura pensano d’averla.
Non esiste immunità dall’influenza dell’ideologia borghese, ed è proprio l’inconsapevolezza di questo fatto che spiega buona parte di ciò che accade nel “mondo” comunista. Nel nome di un concetto di modernità che è alla base della stessa avventura autoritaria di Renzi-Napolitano, si perdono i contorni di ciò che debbono essere gli organismi di massa e si arriva a considerare secondario lo strumento che, unico, può contrastare la stessa penetrazione dell’ideologia borghese fra i comunisti, il partito.
Del resto, quelli appena citati sono solo una parte dei danni che attraversano l’insieme di coloro che si richiamano al comunismo. 

Le aberrazioni personalistiche che sono avvenute nei partiti comunisti in passato, i molti errori, le deviazioni che hanno contribuito a portare alla chiusura del primo esperimento comunista della storia, mentre hanno permesso alla borghesia di recuperare, infangando culturalmente la storia stessa, sul versante dell’attualità comunista ha indotto l’acquisizione di metodi e concezioni che sono linfa vitale per la stessa borghesia.
Mi riferisco ai personalismi che si susseguono senza essere notati dai più, al rifiuto di metodi tutt’ora validi perché dettati dalle stesse esigenze della lotta, (parlo del tanto bistrattato centralismo democratico, per es.), rifiuto dettato dalla presunzione di poter fare meglio, senza peraltro rendersi conto che il meglio si riduce spesso a culti di minipersonalità mascherati “democraticamente”.
Sì, minipersonalità, spesso supportate in alcuni periodi dalle esigenze “dialettiche” dei media, ma sempre, poste di fronte ai fatti, risultanti afflitte da nanismo politico, a volte da ambizioni personalistiche e da una presunzione smisurata.
Ma la cosa, apparentemente di moda più di ogni altra, presente nel firmamento comunista italiano, oggi, è l’incapacità di capire che una somma d’individualismi, lungi dall’essere un fatto democratico, è l’essenza stessa della classe borghese. Eppure questo si vede: la difficoltà a comprendere che la democrazia, per i comunisti non è semplicemente la possibilità di esprimersi liberamente, quanto piuttosto far sì che il contributo di tutti costruisca il progetto di tutti, fatto, questo, che si ottiene solo se si ha la modestia di capire, che a volte si può aver torto.
Non basta richiamarsi allo scontro di classe, occorre introitare che le contraddizioni fondamentali della nostra epoca non sono affatto cambiate, prima fra tutte quella fra proletariato e borghesia. Se ciò non diviene patrimonio comune, l’esaltazione dei momenti di lotta popolare è fuori luogo, perché basta poco a far cambiare segno agli obiettivi, i “forconi” insegnano.
Nelle nostre file a volte si formano dei dualismi tanto forzati quanto spesso inesistenti. 

Uno di questi è costituito da una sorta di movimentismo che privilegerebbe lo scontro come fattore primario, dal quale, poi, deriverebbe il fattore partito, concezione che appare contrapposta ad un’altra, quella del partito “prima”, come fattore necessario alla lotta stessa “poi”.
Inutile dire che si tratta di due aberrazioni le quali, oltre a creare obiettivamente incomunicabilità, sono ambedue un’evidente forzatura che porta lontano dalla concretizzazione dell’unico progetto che ha senso dialettico dal punto di vista marxista: il partito, che si tempra nella lotta, in quanto unico strumento in grado di inquadrarla dal punto di vista di classe e che trae dalle lotte stesse gli insegnamenti per migliorare se stesso, i propri quadri, la propria linea politica, la propria politica delle alleanze.
Il malcontento, quando non la pura e semplice disperazione di settori delle masse popolari, in particolare giovanili, dà luogo ad episodici momenti di scontro con la struttura repressiva dello Stato. 

Questi momenti, ancorché importanti perché indicativi delle potenzialità delle masse, sono soggetti agli inevitabili riflussi originati da: parzialità d’obiettivi; carenza di momenti unificanti con le lotte più generali; isolamento rispetto al contesto generale.
Se a questo si aggiunge l’assenza di prospettiva strategica, un movimento così esposto può, in qualsiasi momento, trasformarsi in massa di manovra per forze politiche di tipo populista le quali, fornendo obiettivi complessivi, anche se inseriti nella dialettica interna della borghesia, finiscono per annientare la carica dirompente, dal punto di vista dello scontro di classe, del movimento stesso.
Sul piano politico, pochi si rendono conto che la semplificazione degli obiettivi, ad esempio la troica, l’euro, la Germania pigliatutto, ecc., sono semplici elementi secondari, devianti rispetto all’obiettivo più complessivo della liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sì, devianti, perché pongono obiettivamente su un piano di compatibilità con le dinamiche borghesi ciò che, al contrario, non dovrebbe esserlo. Questo non comporta, ovviamente, la necessità di complicare gli obiettivi, non sarebbero compresi, ma porta invece la necessità di inserirli in un discorso politico più generale che, per avere senso, deve essere frutto di elaborazione collettiva e, in quanto tale, costitutivo dell’autostrada politica all’interno della quale convogliare le lotte parziali.
Definire il partito nella situazione attuale, comporta la necessità di vedere in senso critico non tanto e non solo la storia del movimento comunista, quanto piuttosto l’influenza che su di essa ha avuto il movimentismo sessantottesco. Si trattò di un movimento con molti pregi, primo fra tutti la denuncia del ruolo di spalla della borghesia che i partiti comunisti stavano assumendo. Contemporaneamente, però, questo fatto indubitabilmente positivo, comportò un rifiuto della concezione stessa del partito comunista, a discapito di una preminenza ideologica di tipo movimentista che inevitabilmente fu una della maggiori concause del riflusso degli anni successivi.
L’onda lunga di quella concezione portò alla ricerca di scorciatoie che, per una minoranza si trasformò in una lotta armata decontestualizzata rispetto agli obiettivi che si poneva e per la maggioranza, anche per quella che sopravvisse politicamente a sinistra, comportò la radicalizzazione di un concetto movimentista dello scontro di classe, facendo perdere per strada la questione che, senza stato maggiore l’esercito perde sempre.
La politica dei lamenti, ancorché fatto importante di denuncia, quando diviene elemento pressoché totalizzante dell’azione politica è lo specchio più fedele delle battaglie condotte esclusivamente in difesa, in condizioni di sudditanza, anche psicologica, pressoché assolute. Eppure è ciò che accade oggi, nel momento in cui la borghesia sferra attacchi forsennati per annientare le conquiste popolari, si assiste all’incapacità di dar vita ad un programma d’opposizione attivo, capace di raccogliere consensi fra le masse e capace di indicare un obiettivo strategicamente valido per il quale lottare. Davvero si pensa che l’indicazione di una società senza il parassitismo della borghesia, sia un concetto troppo astruso per chi sta perdendo tutto?
Per tutto questo e per altro ancora, l’indicazione, per un’opposizione autenticamente d’alternativa, non può prescindere dall’esigenza della costruzione del partito che solo può renderla praticabile.




G. Angelo Billia