lunedì 10 novembre 2014

UNA LABORIOSA “FUGA DI NOTIZIE” di G Angelo Billia

UNA LABORIOSA “FUGA DI NOTIZIE” di G Angelo Billia

Nelle monarchie costituzionali, il passaggio delle consegne fra monarca e erede avveniva per via dinastica, sempre che non ci fosse qualche incompatibilità. 

In quel caso si dava mandato al parlamento di varare una legge ad oc per permettere un passaggio più gradito.
Nella vecchia Repubblica italiana, quella fondata sulla Carta costituzionale, l’elezione del Presidente avveniva a camere riunite, più i rappresentanti delle regioni, nei primi tre scrutini occorrevano i due terzi dei voti e dal quarto bastava la maggioranza assoluta.
Nel sistema ibrido, quello del “non ti dico chi sono, ma come sono e se non capisci affari tuoi”, sì, insomma, per dirla con Alberto Sordi nel famoso film “ io sono io e tu non sei un c…”, quel sistema, per capirci, che non è monarchico in senso stretto, perché il monarca è solo un mero esecutore di ordini per conto terzi, ma non è più solo un presidente perché s’è premurato di scatenare la servitù armata di cancellina sulla Costituzione e gli elettori istituzionali sono illegittimi perchè nominati, in tale sistema, come dicevo, quando s’approssima il cambio di testa coronata, c’è il problema di una minima imponderabilità nella scelta del subentrante.
Allora, in mancanza di garanzie codificate o naturalmente codificabili, si inventa un espediente, salvo verifica, per poi renderlo digeribile sotto forma di consuetudine.

 Si tratta del “sì, non s’è mai fatto, ma non è espressamente proibito”
Un po’ quello che avviene con le morti per fame, perdita di lavoro o quant’altro. 
Non è prevista la responsabilità di chi la causa, quindi, è “legalmente” ammesso.
Ma chi vive di espedienti sa, più di ogni altro, che c’è un limite oltre il quale il gioco si scopre; un conto è chiedere cento euro perché s’è dimenticato il portafogli e un conto è chiederne centomila per comprare un frigorifero.
Per fortuna gli strumenti di cui si dispone oggi toglie il malcapitato d’impaccio. 

Formulando, fra sé e sé la domanda su chi sono gli eredi, in omaggio alla sua proverbiale correttezza, fa trapelare un “dò le dimissioni”.
Ora è lì, con la corte riunita, che vaglia le proposte badando soprattutto alle garanzie di continuità.
 Per il momento, affinché comunque sia “tutto” chiaro, scandisce: “sono nella pienezza dei poteri”. Intanto all’al di là ci pensa Squinzi, adombrando la possibilità di santificarlo subito.
C’è chi mormora di una petizione in corso per invitarlo a star lì. 

Alla base ci sarebbe questo ragionamento: quel che doveva fare l’ha fatto, ora ci pensano le sue creature a continuare il lavoro. 
Che male ci sarebbe se anche riuscisse solo a benedire? 
La cosa avrebbe valore solo se non si trova l’erede naturale, si capisce.

Ho capito bene? 
Il m5s ha denunciato alla Procura di Roma il “patto del nazareno”?
Alcune definizioni che mi vengono in mente: romanticismo; candore; pubblicità.

"Sotto il muro di Berlino hanno sepolto gli operai?" di Delfo Cantoni.


"Sotto il muro di Berlino hanno sepolto gli operai?" di Delfo Cantoni.



Il Muro di Berlino è caduto e sono passati questi venticinque anni infami.
Il primo risultato del crollo anche se diversamente riguarda la Jugoslavia.
L’indipendenza ai fascisti croati, colpa di De Michelis della Germania e di quello sciagurato pontefice polacco.
Il socialismo aveva unito etnie che si odiavano e lo dico con senno di aver più volte soggiornato in Jugoslavia.
L’imperialismo americano il segno più evidente è il ruolo del dollaro sganciato dall’oro moneta di riserva e credito per questo paese potenza nucleare.
La globalizzazione neo liberista vuol dire uomini dell’america tra i nobel dell’economia, il dogma neo liberista nella visione intransigente e pura di Tatcher che vuole dire no alternative: il capitalismo e basta.
Gli Usa sono stati capaci del i controllo di WTO, banca mondiale fondo monetario internazionale.
I compagni dicono che si è affermato un pensiero unico, ma i fatti dell’Iraq dicono anche della dissennatezza e della follia.
Saddam Hussein voleva vendere il petrolio non più in dollari come moneta planetaria, altro che armi di distruzione di massa, bugie scientemente raccontate.
Il crollo del muro di Berlino presenta nei miei ricordi le parole dell’amico più grande di me in tutti i sensi, non solo anagrafici: Ari Derecin.
"Gorbaciov è un incapace" diceva, si è visto.
L’Afghanistan è stato il Viet Nam dei paesi socialisti, che ne ha deviato l’economia la programmazione e la pianificazione delle risorse.
Per gli stati uniti d’America la corsa agli armamenti costituiva una ghiotta occasione per l’economia e ricerca, missile MIT e pentagono si danno la mano.
Un Keynessismo militare, lo stato aiuta le industrie commesse ed altro, le borghesie produttive investono in queste sfere militari industriali.
Le industrie stesse con soldi a valanga eleggono i presidenti degli states, e se ci va bene ne eleggono uno in America sponsorizzato da altre industrie che non siano militari e si rimanda la guerra.
Il Muro voleva dire paura di un conflitto non convenzionale, anche se ci sono stati vicino proprio con Kennedy e la famosa vicenda della baia dei porci, essere armati e prepararsi alla guerra per i paesi socialisti era un obbligo all’indomani dell’ottobre rivoluzionario, il mondo capitalista cercò la controrivoluzione, siamo vissuti nella pace armata.
Si sta avverando cosa scrisse uno storico importante, la fine del potere dei sindacati, abbiamo in Italia visto finire quel modello delle parteciapazioni statali che pure davano lavoro in modo clientelare, lo stato era però per vocazione occupatore.
Era paura del comunismo il compromesso democristiano, oggi gli stessi figliocci sono neo liberisti e sempre confessionali, sono figli della dc e di Craxi.
Renzi ed altri mille come lui, non si monti la testa non è solo è pur sempre un prodotto di questi anni di questo modello di stato, che con lo stesso Prodi per il debito, ha iniziato a cedere svendere pezzi di industria pubblica; con criterio? No.
Delle borghesie senza attività produttiva, un paese che cede tutto a competitori che stanno all’estero.
Una colpa della via italiana, al cosiddetto "blairismo" era il complesso d’inferiorità e di colpa di venire dal PCI.
Rinnegati che subito hanno cambiato classe ed oggi invece di fare una cena politica per ventimila persona a dieci euro?
Fanno una cena per cento persone a mille.
Rawls teorico del diritto liberale argomentava in un poderoso saggio, che se la torta aumenta ce ne sia una fetta in più per tutti, filosofia che ha accompagnato la sinistra post muro, ma non si è più parlato di redistribuzione delle ricchezze ed è aumentata in ogni forma e modo la diseguaglianza economico sociale.
La politica stessa oggi non vuole le masse come voleva il socialismo vuole telespettatori, quello di Renzi è il partito piglia tutto che sposta voti prende e pesca nel bacino avversario non avendo una visione del mondo .
L’unico spazio è il monolite PD, a destra si sono divisi e ci vorrebbe il proporzionale, ma la cosiddetta seconda repubblica è nata con Mariotto Segni ed il maggioritario per eliminare il dissenso.
Chi controlla la televisone controlla la democrazia cosiddetta, non sono grillino ma nel casino hanno qualche ragione a dirlo "no stampa, no televisione" essi sono case matte dei gruppi d’interesse che muovono il paese.
Io qualche lamentazione e qualche sfogo lo dirigo sul "Manifesto quotidiano", mi piace la loro storia eretica come si dice, ma sotto il muro è rimasta una generazione anzi due, i ggiovani con due gg.
Il futuro non è più quello di una volta, alla storia hanno tolto il motore stesso la dialettica tra due forze in lotta, borghesia e proletariato, e si vede l’una e l’altra posizione, dal possesso dei mezzi di produzione, e dai comandi sociali, si decreta la rovina del proletariato, e c’è contro di esso da venticinque anni di feroce lotta padronale.
Il solo armistizio di votare gente che non è completamente merdosa.
Un giudiizio su le repubbliche popolari dell’est può essere impietoso quanto volete ma la storia la scrivono i vincitori e non è la verità, ma una verità di parte ed imposta strillata da papi ed altri uomini di potere con seguiti belanti.


sabato 8 novembre 2014

Esproprio artistico nella galleria "Spazio 24" di Sergio Rossi a Dogliani (CN).


"Mentre ad Artissima di Torino ci si mette in fila per ammirare (?) l'operazione di marketing curatoriale fondata sul logo Maurizio Cattelan; a Dogliani (CN) in ideale dialettica con quanto avviene al centro del sistema dell'arte e dei suoi movimenti mediatici di mercato, un gallerista raffinatissimo di nome Sergio Rossi, nella sua galleria "Spazio 24", attrae un pubblico artistico selezionato, raffinato ed ego-sostenibile, che invece di rimirare lo spreco dei dollari ridotti ad oggetto di tappezzeria a Torino, interagisce con la mostra del duo di artisti Di Caterino-Ardau compiendo un vero esproprio proletario artistico, nell'intesse della comunità e della reale divulgazione e comprensione dei processi linguistici dell'arte contemporanea. I visitatori smontano su mandato degli artisti la mostra e  pezzo dopo pezzo portano i suoi frammenti nel proprio domicilio privato, una vera operazione di ridistribuzione del reddito contenutistico dei linguaggi dell'arte".











    "Il gallerista Sergio Rossi di Spazio Arte 24 di Dogliani (CN), schieratosi con questa operazione in aperta critica con le logiche di marketing e di mercato di Artissima".












venerdì 7 novembre 2014

"Radio Tavor" di G Angelo Billia.

Grosso modo il ducetto dice cosi: “evitiamo contrapposizioni assurde fra lavoratori e mondo del lavoro (Squinzi & c. ndr)”.
Ha ragione, mamma mia, e chi ci ha mai pensato! 

I lavoratori devono subire e basta. 
E se non basta ci convince in punta di manganello.
Attento figliuolo, anche se usi il dopobarba firmato, una volta o l’altra potresti dover discutere con gli antagonisti, sai, quelli che ci vuole l’esercito, come dice il tuo mentore.

 Sei proprio convinto che bastino gli F 35? 
Va beh, tu preferisci i droni, fanno male, ma i piloti non rischiano, proprio come te. 
Ti va bene fino a che il nemico non capisce dov’é il “centro comando” e poi? 
Che fai, usi le tue credenziali di scout? 
Ricorda sempre che troverai il tuo Dongo. 
E’ una promessa.




UNA MONTAGNA DI BAVA

L’acquolina, chi non ha mai letto, in età infantile, un testo con questo termine? 
Sicuramente nessuno, anche se alcuni possono averlo dimenticato.
 In realtà fa quasi sempre rima con famina, l’appetito gagliardo, senza compromessi, dei bimbi, ingentilito dal diminutivo.
A questo ho pensato vedendo il fiele reazionario uscire dalla bocca della cariatide.
Che c’entra? 
Pensavo di mettere il copyrigt, prima di renderlo noto, ma sarà per un’altra volta.
La verità nuda e cruda risponde all’interrogativo che mi sono posto: 
perché affidare ad un fossile dell’umanità la dichiarazione di guerra a chi non accetta di essere trattato alla stregua delle oche della Monsanto? 
Eh sì, la risposta è proprio in quel sottile filo che s’indovina fra le labbra, dell’innominabile, perché altrimenti vilipendi.
Acquolina, cioè una rimembranza aulica dell’infanzia. 
Nulla di più adatto ad ingentilire l’idea delle feci, nel momento, come dire, della fuoruscita.
Come non detto, mi stanno dicendo che è solo bava. 
Farò causa ai falsari, lo giuro.



INCONTRO VIMINALE TRIADE

Mettiamola così. 
Prendendo per buone le dichiarazioni del Capo dello Stato, la rappresentanza collaborazionista dei lavoratori pone le basi, con Alfano, per lasciare mano libera, al regime, per la repressione degli antagonisti, cioè quella parte dei lavoratori indisponibile a regalare la propria vita ai padroni e ai suoi servi. 
Memoria corta, la cosa peggiore che possa capitare a chi accetta di marciare sotto i gagliardetti col teschio, sia pure, per il momento, metaforici.



Elezioni USA

Non so se avete notato, i commenti sulla debacle democratica USA hanno il pregio di svelare l’arcano. La ripresa americana non tange per nulla il peggioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici.
Tutto il mondo è paese e il capitalismo è uguale a sé stesso sotto tutte le latitudini.
Purtroppo la stessa cosa vale per i suoi estimatori in cerca di briciole, e pensare che basterebbe un singolo sputo dei lavoratori mondiali per farli annegare nel modo che più meriterebbero.





UNA PROPOSTA COSTRUTTIVA
Mi pongo il problema del costo del tempo impiegato a smascherare i collaborazionisti che si presentano sotto mentite spoglie. 
Tutto considerato, anche se può apparire contro tendenza, istituirei un fondo speciale da elargire, a perdere, a questi personaggi. 
Eliminerebbe di botto una delle cause del fenomeno.
Ovviamente bisogna tener conto anche delle gratificazioni psicologiche, per questa ragione aggiungerei un contratto pubblico, a tempo indeterminato, alla clac di Maria De filippi e la renderei itinerante. 
Per rendere veramente funzionale la cosa eliminerei il capo clac sostituendolo con un corso basato sull’applauso a parola chiave, del tipo: “comunista” (chiave), “applausi sfrenati con urla di giubilo” (risposta).
Sempre per ragioni di funzionalità, aggiungerei un albo d’onore speciale dedicato, con appellativi, da assegnare a titolo esclusivo, sulla base delle preferenze individuali, del tipo: assessore; sindaco; consigliere; onorevole; segretario; presidente; ecc. 
Andrebbe presa in esame anche la possibilità, ogni qualche tempo, di passare ad una definizione “superiore”, giusto per non mandare a farsi benedire la carriera.
Proprio per mania di perfezionismo si potrebbe contrattualizzare qualche giornalista televisivo con il compito, ogni due anni, di confezionare un tg di mezz’ora in cui si annuncia la strepitosa vittoria elettorale del “nostro”.
Lo so, tutto questo avrebbe un costo e poi, come si fa a dire cose non vere.
Alla prima domanda la risposta più ovvia è: perché, adesso costa meno?
Per la seconda invece basta un: perché, adesso?


mercoledì 5 novembre 2014

"Omaggio alla cravatta" di G Angelo Billia.

Cara Eleonora Forenza
E se provassimo a fregarcene dei livelli produttivi e ci concentrassimo su quelli dell’occupazione?
Lo so, è difficile disfarsi di un linguaggio divenuto “patrimonio” di larga parte della sinistra, sindacale e non, ma questo linguaggio deriva da una concezione dello stato interclassista che, sino ad oggi ha surrettiziamente unito gli interessi dei lavoratori a quelli del padronato, sia esso interno o internazionale.

 Il risultato non è mai stato la difesa di tutti, piuttosto ha comportato la subordinazione degli interessi dei lavoratori a quelli del padronato.
Il “sistema paese” comprende sia gli artefici delle sue ricchezze, i lavoratori, che i loro parassiti, i quali se ne sono sempre altamente fregati di tutti i sistemi salvo il loro, quello della ricchezza accumulata sulla pelle della gente che lavora davvero.
Mi focalizzo sulle espressioni che hai usato perché sono esemplificative di una concezione che vede “naturalmente” gli interessi dei lavoratori subordinati a quelli del capitale, semplicemente, ma fedelmente esemplificata con l’asserzione certamente non tua “senza i padroni non c’è neanche il lavoro”. 

Non è il caso che ti ricordi che quest’affermazione viene direttamente dalla “cultura” padronale e revisionista, da sempre impegnata a giustificare l’ingiustificabile.
Devo dire che, quando tutto questo passa attraverso i comunicati dei lavoratori sotto attacco padronale, non lo condivido, ma lo capisco. 

Dopo decenni d’abitudine, indotta dai sindacati confederali e dalle forze politiche, ad affrontare in modo “compatibile” le vertenze, è il minimo che possa accadere.
Altra cosa è la possibilità di accreditare il tutto sotto l’egida di un approccio comunista. 

E’ storia vecchia, nel tempo qualcuno sembra rinsavire e altri, i più preparati? 
Oppure quelli che hanno ancora qualcosa da perdere? 
Continuano pervicacemente nella convinzione che i padroni possono essere meno cattivi e che, comunque siamo sulla stessa barca.
Per come la vedo io delle due, l’una, o rimangono col cerino in mano, quando il gioco arriva alla fine, e allora si bruciano, oppure si convincono che, in fondo, c’è una borghesia di “sinistra” che non è poi così male.
Infine, non ti viene in mente che le scuse è chiamato a fornirle chi ha responsabilità dell’accaduto? Perché tu? 

Vuoi condividere le responsabilità di Renzi per senso materno, oppure siamo all’identificazione col sistema che ha portato a questo?






QUANDO UN OGGETTO CAMBIA LA VITA
(omaggio alla cravatta)


Un tempo non molto lontano, quando i “colletti bianchi” scioperavano solo se “quelli in tuta” riuscivano a prenderli per il collo, pur avendo già, il sindacato, una parte del gruppo dirigente inamovibile per grazia divina, poteva fregiarsi di una figura di sindacalista indistinguibile dai semplici operai. 

Erano i sindacalisti in tuta, quelli che avevano, come unico compenso, la gratificazione di aver fatto al meglio qualcosa per sé e per i propri compagni.
Le conquiste dell’autunno caldo scompigliarono le cose.

 Per un po’ l’ambiente in cui operavano i sindacalisti in tuta migliorò, rendendo più facile il lavoro, poi, i distacchi sindacali aprirono la strada ad un nuovo tipo di sindacalista. 
Accanto ai distaccati che mantenevano inalterate le caratteristiche del sindacalista in tuta, si andò affermando un nuovo tipo di sindacalista. 
Erano i tempi degli status symbol, quelli in cui vivevi meglio semplicemente perché qualcosa ti faceva somigliare a qualcun altro considerato migliore di te.
E’ lì, in quel contesto, che la cravatta fa il suo prepotente ingresso nelle nuove leve sindacali. 

Vuoi mettere, magari guadagnavi anche di meno perché facevi a meno dei premi di produzione, ma nulla valeva quanto la famigliarità acquisita con l’altro mondo, quello della cravatta da sempre. 
Un peccato veniale, si dirà, sarebbe senz’altro così se quell’aspirazione innocua non fosse stata la breccia verso ben altri privilegi e storture.
Nei rapporti col padronato, soprattutto quando sei chiamato a masticare argomenti aziendali che conosci bene, si instaurano, a volte anche inconsciamente, delle strane alchimie: i momenti conviviali “misti” che pure ci sono, la pausa per un caffè, la battuta bonaria della controparte, semplicemente l’impressione di essere un pari tra pari; l’aereo pagato che ti fa sentire tanto manager; l’albergo non proprio scadente e, perché no, la cena “spesata” nel ristorantino d’angolo; la moglie interpellata sul marito che risponde con finta noncuranza “è a …., ha delle trattative in piedi”, ecc.
E’ giusto dire che molti non hanno mai perso la bussola nonostante tutto questo, ma è importante sottolineare che molte carriere, sindacali, ma non solo, sono cominciate così, grazie all’uso di una banalissima cravatta. 

Forse vale la pena di ricordarlo, soprattutto quando ci si domanda perché il sindacato è l’ombra di sé stesso.




martedì 4 novembre 2014

La macchina da cucire di G Angelo Billia

Mano libera per il boia

Dunque, secondo l'estimatore delle preminenti ragioni dei pescicani, italiani ed europei, Napolitano, ISIS e antagonisti sono la stessa cosa.

 Il fatto, poi, che la dichiarazione venga a cavallo delle nuove regole d’ingaggio delle forze dell’ordine di regime, compreso esplicitamente anche l’esercito: "evitare il contatto fisico coi manifestanti, tenerli a bada con gas al peperoncino, urticanti e quant’altro". 
Assume il sapore di una dichiarazione di guerra a chi, non riconoscendosi nel regime e nella sua libertà di morire di fame, viene considerato come nemico da abbattere.
Che questo sia quanto pensa l’apripista del regime, che liquida come residui del passato il diritto di ogni lavoratore d’avere un lavoro, giustamente retribuito, e una pensione dignitosa, è cosa “normale”, soprattutto risaputa. 

Ma a questo livello di chiarimento non si era mai giunti.
I tempi sono evidentemente giudicati maturi dal custode della tomba della Costituzione, maturi in modo tale da non richiedere neppure i consueti infingimenti dialettici atti a “democratizzare” le normali bestialità del regime.
D’altronde, se sulle reti di regime possono pontificare personaggi e “giornalisti” che si scandalizzano sulla differenza, risibile per loro, fra cinquecento e seicento euro di pensione, vuol dire che il cerchio si è chiuso e il boia ha mano libera.




ROMA, 4 NOVEMBRE 2014.
(Altare della Patria)


La “macchina da cucire” com’è definita dalla parte di Roma dissacrante, incombe sulla piazza. Picchetti d’onore interforze schierati, bandiere al vento, ordini secchi, stentorei, a sigillare l’allineamento perfetto degli uomini in armi. 

Onori al Capo dello Stato, alla bandiera, alla corte di alti ufficiali e di politici compresi della solennità del momento. 
La banda intona l’inno nazionale, poi la leggenda del Piave, poi nuovamente l’inno. 
“Medaglia d’oro al valor militare conferita al caporale… il quale in Afganistan, in azione di guerra, teneva testa stoicamente al nemico subendo una ferita”, poi è la volta degli “eroici aviatori” per le missioni militari svolte in medio oriente.
Lassù, sulla scalinata, la tomba del milite ignoto s’indovina alle spalle dei corazzieri che sostengono la corona presidenziale. 

In fondo è un simbolo, posto lì in rappresentanza di seicentomila contadini, trasformati in poltiglia dalla spietatezza di chi li mandava a ridurre in poltiglia altrettanti fratelli, contadini “nemici”.
Quanto ha reso economicamente il tritacarne della prima guerra mondiale?

 E’ un tabù, così come lo sono le ricchezze costruite sulla seconda e quelle che si stanno costruendo sui vari teatri di guerra in giro per il mondo.
Già, la retorica patriottarda serve proprio a questo, ad usare anche da morti le vittime del capitale. 

Lo si fa spesso, per rendere invisibile la spietata grettezza di chi usa gli uomini per trasformarli in denaro sonante e accumulare potere.
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, fa parte di quel pezzo di carta scritto col sangue, nel novecento, degli unici caduti italiani del popolo e per il popolo.
A Roma, oggi, c’era il fior fiore dei rappresentanti di quei poteri da sempre responsabili delle guerre. Tutti impegnati a spalare letame sulla carta fondante della Repubblica. 

Era visibile una conferma di ciò che è maturato in questi anni, un regime che considera normale il sacrificio di milioni di uomini per rafforzare ricchezza e potere nelle mani di pochi.
Quando parlano di patria, si riferiscono agli interessi di quei pochi sapendo benissimo che essi hanno assunto una dimensione sovranazionale.

 Ho l’intima certezza che non indietreggeranno di fronte a nulla, non c’è guerra, non c’è strage, non c’è bassezza umana che non vorranno percorrere per conseguire i loro obiettivi.
La strada per impedirlo è dolorosa, perché collide con il naturale pacifismo di chi vorrebbe lavorare in pace facendo crescere i propri figli, sapendo che i lavoratori del mondo intero non sono e non sono mai stati nemici.

 Eppure è necessario, prima che accada l’irreparabile, por fine al “lavoro” dell’immondizia radunata all’altare della patria oggi. 
Ogni strumento è moralmente lecito per impedire che i parassiti dell’umanità ci trascinino nuovamente nel tritacarne della guerra.


lunedì 3 novembre 2014

GIU’ BOTTE E GIU’ BALLE di G Angelo Billia


GIU’ BOTTE  E GIU’ BALLE  di G Angelo Billia



Mentre Renzi va a rapporto dai suoi datori di lavoro, facendo sfoggio del servilismo “autoritario” tipico di tutti i dittatori, in città, lavoratori e aspiranti tali, senza speranza, decisi a esternargli il loro disprezzo, sono duramente manganellati dai tutori dell’ordine del regime.
Da un’altra parte, ancora, gli operai della FIOM, indignati, ma con dirigenti che lo sono un po’ di meno, si accontentano di dire a Renzi, con uno striscione, che non ha mai lavorato.
Intanto l’orchestra dei media del regime intercala il minuetto Renzi squinzi, impegnati a dirsi pubblicamente quanto si amano e quanto è giusto togliere anche gli ultimi diritti agli operai, a “informazioni” sugli scontri e sulle manifestazioni.
Apprendiamo così che vi sono due feriti fra le forze dell’ordine. 
Davvero singolare il fatto che alle centinaia di manganellate distribuite dai “tutori” e alle poche ricevute, corrisponda, sul piano numerico, della conta dei feriti, un criterio rovesciato. 
Fosse tutto qui, si potrebbe pensare all’incapacità cronica di capire la matematica, insomma, un semplice errore di calcolo. 
Ma i dipendenti del MINCULPOP ci informano anche che i manifestanti sono rigorosamente dei centri sociali. Niente aggettivi, solo centri sociali, non disoccupati, persone senza futuro, occupati che non si riconoscono nei sindacati governati da dirigenze di regime, ci mancherebbe!
Dopo anni in cui furbescamente la gioventù più riottosa a farsi ingabbiare nella cultura di regime e a mutuarne i riti, alimentati invece dalla dirigenza sindacale, per dirne una, sono stati dipinti come drogati, disadattati psichiatrici, ladri nullafacenti, ecc., non serve più insistere sulla cosa, ormai è entrato nella “comprensione” comune.
Una prova? 
In altri tempi, quando la solidarietà di classe non era ancora stata divorata dalla “comprensione” dei problemi del padrone, la notizia che manifestanti erano malmenati dagli uomini del regime avrebbe immediatamente indotto gli altri manifestanti ad accorrere in soccorso.
 Altri tempi, appunto.
Oggi l’indignazione, un tanto al chilo, si usa solo quando per sbaglio il randello del regime sfiora anche qualche dirigente sindacale, oppure, purtroppo, quando, dopo aver tanto penato per ignorare il randello che cade sul vicino, ci si accorge che anche il proprio posto di lavoro sta per volatilizzarsi. Allora il silenzio non vale più, peccato valga ancora per gli altri.
Tutto questo, è bene dirlo, si deve soprattutto all’opera degli agenti del regime nelle file dei lavoratori. Sono loro che hanno ridotto le lotte ad un supporto all’operato dei consigli d’amministrazione, soprattutto quando, negli stessi erano chiamati a dar man forte come “controparte”. 
Lo spezzettamento e quindi l’isolamento degli addetti alle singole aziende lo si deve sempre a loro, contenti com’erano di rappresentare “tutti” nei vari tavoli concertativi. 
L’identificazione con la “feccia” di coloro che si ribellavano, non accettando di essere rappresentati a quelle condizioni, era funzionale alla loro egemonia sul mondo del lavoro.
Gli scioperi generali della FIOM e quello della CGIL vengono annunciati, dopo che, quello che evidentemente consideravano loro “parco giochi” si è assottigliato di milioni di addetti, ridotti a cercare fortuna nei bidoni dell’immondizia, o giù di lì.
Napolitano, Monti, Fornero hanno fatto ciò che volevano, a parte qualche vagito di protesta e finalmente oggi, i dirigenti sindacali si svegliano, il giorno dopo che Napolitano Renzi concludono il lavoro iniziato allora. 
Sono bastati qualche manganellata, sicuramente “sbagliata”, e la constatazione che il loro lavoro ormai non serve più.
Ben venga lo sciopero generale, ma la considerazione che è indetto più per difendere la collocazione dei dirigenti sindacali all’interno del regime, piuttosto che per difendere ciò che è stato svenduto da anni, deve essere fatta. 
Basta con la ricerca di “capi” di sinistra che si ricordano di essere di “sinistra” solo quando vedono in pericolo il loro ambiguo posto. 
E’ tempo di capire che l’unità di classe non passa e non può passare di lì, essi, come uomini di sinistra sono morti e purtroppo non li ha “uccisi” nessuno, si sono suicidati.