lunedì 4 maggio 2015

Assembly Instructions

ASSEMBLY INSTRUCTIONS
Andrea Roccioletti
P-Ars 2015

The human being produces and makes use of assembly instructions.

The instructions are designed to optimize time and resources, and to share experiences aimed at achieving a purpose. So, the goals of human actions tend to the comfort:
to the creation of areas of ease, through objects, practices, forms of thought.

However, for various reasons, partly known and partly not, it seems that the instrumental and environmental comfort created by mankind does not fully meet all its needs, and in particular the deeper ones.

The use of instructions and the realization of pre-packed comfortable situations seems not always lead to an effective personal appeasement and evolution, at the expense of themselves, if not also the other.

I cut and remixed assembly instructions of a famous brand of low-cost, popular furnitures yet tending to design, creating a new aesthetic visual form, which nevertheless remains an end in itself, depriving the purpose of the initial object to put in front of the observer the uselessness. Uselessness which fortunately has the art, and that always brings us back to the real deep questions who can not find satisfaction in universal panaceas, expensive or affordable remedies, but only in the personal processing can be found, and with difficulty, if not answers, at least ways to go.






"Buona scuola" PD di G Angelo Billia


"Buona scuola" PD di G Angelo Billia

Caro Renzi,
attento, a Bologna hai preso fischi per fiaschi.
Si capisce che è un esercizio fastidioso quello di chiudere le orecchie e gridare “lalalalala!!”, ma lo puoi evitare.
E’ risaputo che non sei fisicamente predisposto a recepire altro da quello che ti viene sussurrato dai tuoi committenti altolocati, ma puoi sempre far finta di capire.
Va beh, dopo aver provato la scena davanti allo specchio per qualche ora, mentre i tuoi personal trainer ti scandivano “duro! Deciso! Risoluto! sei l’immagine del leader senza macchia e senza paura”, si capisce che, anche volendo, non saresti riuscito ad atteggiarti diversamente.
Lo so, non è colpa tua se la scuola che hai frequentato non è stata capace di parlartene, perdonerai, gli intellettuali di cui sei circondato erano ancora parte dell’arredamento scolastico, senza responsabilità.
Altra cosa sarebbe se fossero già stati ministri, si capisce.
Pensa, avresti sistemato quei bruti che pretendevano d’insegnarti qualcosa ben prima.
Comunque sia, sappi che in Italia c’era uno che ti somigliava in tutto e per tutto, anche lui “non aveva paura” e sguinzagliava i suoi giannizzeri per rafforzare il suo dire. Sì, proprio così, se non ci credi puoi sempre chiedere a Pisapia.
Già che ci sei, chiedigli anche com’è finita, essendo di Milano lui lo sa di sicuro.

SENTO PISAPIA
Mentre arringa le sentinelle in piedi che per l’occasione hanno cambiato casacca e simboli. 

Beh, lo confesso, sento un’attrazione irresistibile per il cappuccio.
Anzi no, ci ripenso, in cambio di eguale trattamento mediatico per le manifestazioni non di regime, mi offro per impedire che gli incappucciati facciano qualsiasi cosa.
Ma per piacere. 

E’ il percorso che conosciamo, quello che ha portato a saltare sul carro di Mussolini fior di democratici e di liberali. 
Almeno chi di dovere eviti di tritare i coglioni alla ricerca di voti perché di “sinistra”. 
DA ME NON LI AVRA’.


domenica 3 maggio 2015

"L’EXPO MESSA A NUDO" di Alessandro Dal Lago

"L’EXPO MESSA A NUDO"  di Alessandro Dal Lago



La “Frankfurter Allgemeine Zeitung” è un quotidiano abbastanza conservatore, colto e prestigioso. 
Fa perciò una certa sensazione la stroncatura dell’Expo pubblicata il 1 maggio (N. Maak, “Die Expo in Mailand: hier ist keine Allegorie zu schief”).
 Dopo le inevitabili informazioni sulle consuete magagne di casa nostra (corruzione, impreparazione, corsa contro il tempo per ultimare l’allestimento ecc.), l’articolo si concentra sulla sostanza, e cioè un’esposizione che vorrebbe curare il mondo (“Nutrire il mondo, energia per la vita” recita modestamente il suo slogan ), ma che è soprattutto “uno spreco orgiastico di materiali di dimensioni epocali” (Materialverschwendungsorgie von epochalem Ausmaß). 
Un’orgia di acciaio, cemento, vetro e plastica che ridicolizza l’ideologia unanimistica che vorrebbe mettere insieme MacDonald e agricoltura bio, ogm e cucine del territorio. 
Infatti, i padiglioni non sono altro che vetrine in cui gli stati diversi espongono le loro mercanzie e, al massimo, stili nazionali: piante di riso chicchi di caffè, macchine agricole e così via. 
Nessuna proposta sostenibile o a bassa tecnologia viene da questa fiera del consumismo per happy few travestita da soluzione globale. 
Così, al netto della retorica nazional-renziana della “ripartenza italiana” (una “narrazione” che, giorno dopo giorno, si rivela sempre più vacua e fastidiosa), dei feroci black bloc e dei milanesi che si rimboccano le maniche, quello che resterà tra sei mesi, molto probabilmente, saranno edifici abbandonati, insegne penzolanti e montagne di cartaccia, plastica e vetri rotti. 
Quattordici miliardi di Euro buttati al vento, senza aver nutrito nessuno, ovviamente. 
Questo era uno dei messaggi della manifestazione anti-Expo, se le imprese dei guerriglieri caserecci vestiti di nero non l’avessero cancellato. 
Per fortuna, c’è un quotidiano conservatore a ricordarcelo.


"A PROPOSITO DI TORTURE" di G Angelo Billia

"A PROPOSITO DI TORTURE" di G Angelo Billia



Qualcuno ha idea di come sia finita la storia dei militari italiani responsabili di torture durante la missione di"pace” in Somalia?
Già che ci siamo, chissà che fine ha fatto il dittatore di Panama, Noriega, e il processo a cui doveva essere sottoposto negli Stati Uniti, per dimostrare che l’invasione di Panama era giustificata dal fatto che era un trafficante di droga.
Posso continuare, ma è meglio che ognuno faccia da sé.
Sarebbe opportuno pensarci quando si arriccia il naso contro i “nemici” indicati, di volta in volta, dai mezzi d’informazione del potere. 

Pensare alle balle che ci passano sotto il naso e che noi accettiamo come reali. 
Con ogni probabilità diventeremo dei rompicoglioni (io lo sono già), ma almeno potremo dimostrare di essere intellettualmente liberi.


sabato 2 maggio 2015

"DALLA PARTE DEI TEPPISTI" di Franco Berardi.


"DALLA PARTE DEI TEPPISTI" di Franco Berardi.

Di prima mattina ho fatto una ricognizione per Milano per decidere che fare.
Piovigginava e l’asma mi rallentava il passo: dopo aver camminato un’oretta ho capito che era meglio tornarmene a Bologna.


 Si sapeva che a un certo punto sarebbe scoppiata la baraonda. 


La polizia non poteva farci niente per una ragione facile da capire: gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’inaugurazione dell’EXPO, un morto nelle strade di Milano non sarebbe stato buona pubblicità. 


A Genova quindici anni fa (come passa il tempo!) il potere intendeva dimostrare che i grandi del mondo sono inavvicinabili e se ci provi ti ammazzo. 


A Milano intendeva dimostrare di essere tollerante.


 Da una parte si fa festa con Armani e Boccelli perché ormai i giovani sono talmente frollati dalla disperazione che fanno la fila per poter servire gratis al tavolo di Monsanto e di McDonald. 


Dall’altra si permette di sfilare a qualche migliaio di sessantenni i quali, poveretti, credono che per telefonare ci vuole il gettone, e quindi sono ancora dietro a quelle vecchie storie dei diritti.
Poi tremila teppisti hanno rovinato il banchetto, tutto qui.
Ho letto l’articolo di Luca Fazio e vorrei esprimere un’opinione diversa dalla sua. 


Fazio scrive che i teppisti hanno rovinato una manifestazione democratica.
Sarò brutale con spirito amichevole: a cosa serve manifestare per la democrazia? 


Che utilità può avere sfilare per le vie della città dicendo: diritti, costituzione, democrazia?
Io lo faccio talvolta (quando l’asma me lo permette) per una ragione soltanto: incontro i miei amici e le mie amiche. 


E’ quel che ci è rimasto della sfera pubblica che un tempo chiamavamo movimento. 


Ma non penso neanche lontanamente che si tratti di un’azione politicamente efficace.
C’è ancora qualcuno che creda nella possibilità di fermare l’offensiva finanzista europea, o l’autoritarismo renziano con pacifiche passeggiate e referendum? 
A proposito: ci sarà un referendum contro la legge elettorale denominata Italicum. 


Probabile. Giusto per riepilogare voglio ricordarvi gli antefatti. 


Esisteva una legge elettorale denominata Porcellum (perché coloro che la avevano promulgata dichiararono fra le risate che si trattava di una porcata). 


La Consulta dichiarò quella legge incostituzionale, dunque sancì l’illegittimità del Parlamento eletto con quella legge. 


Fino al 2011 c’era almeno un Primo Ministro votato da una maggioranza. 


Si chiamava Berlusconi (remember?). 


Fu esautorato per volontà della Bundesbank, venne un primo ministro direttamente eletto dalla finanza internazionale di nome Monti. 


Il disastro fu tale che si tornò alle urne. 


Le urne risultarono enigmatiche, e dopo varie tergiversazioni emerse un tizio che nessuno ha votato ma nei sondaggi risultava vincente. 


Dal momento che questo tizio ha la fiducia dei mercati il Parlamento, eletto con una legge incostituzionale, ora si prostra ai suoi piedi.


 La cifra vincente del governo Renzi è il totale disprezzo delle regole costituzionali, perciò un parlamento incostituzionale vota una legge elettorale incostituzionale imponendola con il voto di fiducia. Tombola.
A questo punto qualcuno raccoglierà le firme per un referendum.
Referendum? 


Io ne ricordo un altro: il 90% del 70% degli elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua. 


Vi risulta che la privatizzazione dell’acqua sia stata fermata? 


A me risulta il contrario. 


E allora perché dovrei andare a votare al prossimo referendum?
Qualcuno mi risponde: per difendere la democrazia.
Democrazia? 


Ma di che stai parlando? 


L’80% dei greci appoggia il suo governo, ma la Banca Centrale europea ha detto con chiarezza che le regole non le stabilisce l’80% dei greci, ma il sistema bancario, quindi che i greci vadano a farsi fottere, e con loro la democrazia.
Ma torniamo a Milano. Tremila teppisti spaccano tutto? 


Non esageriamo, ma certo hanno fatto abbastanza fumo. 


E i giornali parlano di loro più che di Renzi Armani e Boccelli. 


Come posso non essergliene grato?
Sto forse proponendo una strategia politica? 


Credo io forse che spaccando le vetrine di tre banche (o magari di trecento o di tremila) il potere finanziario si spaventa? 


Non scherziamo. 


So benissimo che il potere finanziario non sta nelle vetrine delle banche, ma in un circuito algoritmico virtuale che nessuna azione teppistica può distruggere e nessuna democrazia influenzare. 


So benissimo che mentre tremila spaccavano vetrine diciassettemila e cinquecento correvano a lavorare gratis e questo è l’avvenimento più importante. 


So benissimo che nell’azione teppistica non vi è alcuna strategia politica. 


Ma c’è forse una cosa più seria. 


C’è la disperazione che cresce, limacciosa e potente, ai margini del mondo levigato.
Cosa ne pensa Fazio (al quale rivolgo un saluto in amicizia) dei teppisti di Baltimore e di Ferguson? Pensa che dovrebbero avere fiducia nella democrazia?
Io ricordo di avere visto (era la CBS?) un’intervista a una ragazza che stava in strada a New York una notte del novembre 2014.


 Il giornalista le chiedeva qualcosa sui bianchi e sui neri e lei rispose: “This is not about white and black. This about life and death.” 
Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia.


 Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? 


Non tutti in una volta.


 Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. 


Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). 


Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. 


E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.
Perché dovrei preoccuparmi dell’Italicum? 


E’ una forma di fascismo come un’altra. 
Abbiamo perso tutto, questo è il punto, e il primo maggio 2015 potrebbe essere il momento di svolta, quello in cui lasciamo perdere le battaglie del passato e cominciamo la battaglia del futuro. 


Non la battaglia della democrazia né quella per i diritti, meno che mai la battaglia per la difesa del posto di lavoro, che è stata l’inizio di tutte le sconfitte.
La battaglia necessaria (e forse a un certo punto anche possibile) è quella che trasforma la potenza della tecnologia in processo di liberazione dalla schiavitù del lavoro e della disoccupazione.


Quella battaglia si combatterà cominciando a comportarci come se il potere non esistesse, rifiutando di pagare un debito che non abbiamo contratto, rifiutando di partecipare alla competizione del lavoro e alla competizione della guerra.
E’ impossibile?


 Lo so, oggi è impossibile, i giovani che hanno aperto gli occhi di fronte a uno schermo uscendo dal ventre della madre si impiccano a plotoni perché per loro il calore della solidarietà politica e della complicità amichevole sono oggetti sconosciuti. 


Ma se vogliamo parlare con loro è meglio che lasciamo perdere i gettoni, la democrazia e i diritti. 


E’ meglio che impariamo a parlare della vita e della morte.






"MILANO: INCAPPUCCIATI E DINTORNI" di G Angelo Billia

"MILANO:
INCAPPUCCIATI E DINTORNI" di G Angelo Billia




Il rischio di dire stupidaggini è alto, perché sono molte le variabili di cui tenere conto, eppure, senza nulla concedere alla rabbia del momento, ponendosi in modo propositivo di fronte agli avvenimenti, è necessario cercare di ridurre l’analisi all’essenziale, agli elementi di fondo, quelli in mancanza dei quali nulla è più davvero comprensibile e qualsiasi giudizio finisce per essere inficiato dalla pancia.
La prima constatazione che invito a fare, è quella relativa alla libertà di dissenso.

 Non parlo di ciò che può pensare un trinariciuto comunista, cieco e sordo ad ogni istanza che non sia la sua, no, parlo di quella libertà sancita da una Costituzione che non può essere certo definita comunista.
Su questo punto, per non essere tacciato di anacronismo dai teorici del “moderno”, voglio dire che la libertà di manifestare non può essere limitata da gabbie fisiche e informative, perché ciò equivale alla negazione di tale diritto.
Eppure, guardando agli avvenimenti milanesi di ieri, questo elemento è bellamente ignorato dai più, anche fra coloro che analizzano gli scontri dal punto di vista di chi c’era e si sente defraudato dall’oscuramento delle ragioni politiche della manifestazione, avvenuto, si dice, ad opera degli incappucciati.
Ciò implica, come conclusione, che tali ragioni sarebbero divenute di dominio pubblico se non ci fossero stati gli scontri.
Ieri ero fra quelli che “cercavano” la notizia, perché, pur avendola già in quanto uomo di sinistra attento agli avvenimenti, mi domandavo in che misura sarebbe stata divulgata, in quella fascia di popolazione suscettibile ad essere perlomeno scossa dalle ragioni politiche della manifestazione.
Ciò che sarebbe giunto a questo “pubblico” era un “è in corso una manifestazione di protesta contro l’expo” recitato nel contesto di un’”informazione” che, per il resto, escludeva solo l’intervista al cane del Vip che faceva ala ossequiente alla performance di Renduce, alle prese con la versione moderna dei covoni di grano.
Porci e cani, esclusivamente e letteralmente porci e cani hanno avuto la possibilità di esprimersi di fronte al paese.
Ovviamente questa constatazione non giustifica nulla, ma certo, se si dimentica, porta ad un’analisi falsata degli avvenimenti, falsata in quanto basata su una supposizione, più o meno personale, secondo la quale senza i cattivi, i buoni avrebbero detto la loro. 

Il fatto che l’avrebbero detto in un deserto costruito ad arte, finisce per non avere nessun valore.
In questa situazione, nell’ambito di una società che rende impercepibili alle grandi masse, sia i disastri causati dalla gestione capitalistica, sia le proposte politiche atte ad eliminarli o perlomeno a contenerli, non c’è nulla di cui meravigliarsi se la disgregazione culturale che ne consegue dà luogo a elementi di nichilismo fra le masse giovanili.
Che, poi, questi elementi siano sfruttati ad arte dal nemico di classe, è un fatto.
Come sempre, se si vuole attingere ad argomenti obiettivi nel valutare una situazione, occorre rifarsi ad una visione razionale che implica un’occhiata all’accaduto del passato.

 Si colgono qua e là riferimenti al servizio d’ordine. 
Qualcuno recrimina sulle pecche di quello della manifestazione di ieri, qualcuno ricorda quelli del PCI con rimpianto.
Pur essendo un assertore dell’utilità di questo strumento, noto nei più, con dispiacere, che prevale sempre l’analisi di pancia, cioè l’antitesi della razionalità.
Molti dimenticano che, quando un movimento politico è ritenuto pericoloso per il buon andamento della gestione capitalistica, lo Stato non ha problemi ad additarlo come illegale, magari anche orchestrando qualche azione significativa che lo dimostri, anche a prescindere dagli incappucciati.
Pur non parlando degli argomenti “militari”, ciò che balza agli occhi, soprattutto con riferimento al servizio d’ordine del PCI, è l’assenza assoluta di analisi politica. 

Assenza che era presente anche allora, creando le condizioni obiettive affinché esso agisse non in nome di un concetto di democrazia reale, quanto piuttosto di quel concetto di legalità indicato dalla borghesia e fatto proprio dalla dirigenza del PCI.
Il risultato di quest’impostazione è quello che migliaia di uomini onesti hanno prestato la loro abnegazione e il loro vigore alla normalizzazione dello sfruttamento capitalistico.
Prima di obiettare a quest’asserzione, pregherei di por mente al fatto che, parlando per esempio di diritti sindacali, tutto questo è servito a ridurre intere categorie di lavoratori, a non poter dar luogo a scioperi incisivi, perché “illegali”. 

Facendo un esempio concreto, gli eventuali danni all’”utenza” derivanti da uno sciopero, hanno ridotto gli stessi scioperi ad una burla.
 L’operazione culturale riuscita benissimo consiste nel fatto che tutti noi abbiamo accettato di essere “utenti”, dimenticando completamente l’elemento essenziale, cioè l’unità e la solidarietà di classe. 
Per carità di patria non parlerò di dove ci avrebbe portato l’azione del PCI sul piano politico. 

E’ sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere.
Tornando a bomba, dirò esplicitamente che considero, in un contesto come quello di ieri a Milano, il bruciare auto indiscriminatamente o il danneggiare attività commerciali, espressione di un atteggiamento nichilistico che ha la sua origine nella disperazione e nell’ignoranza. 

Cioè due cause interamente ascrivibili al sistema.
Rimane il fatto che senza gli scontri la maggior parte del paese non avrebbe neppure saputo della manifestazione, figuriamoci delle sue ragioni politiche e che, se le ragioni della condanna dell’accaduto somigliassero a quelle di Salvini, qualche interrogativo bisognerebbe porselo.
Infine, eviterei di accapigliarci sulle esche gentilmente fornite e ricorderei che l’elemento di fondo è imporre il rispetto delle libertà fondamentali, sfuggendo alla tentazione di sprecare tempo, per avvalorare la tesi secondo la quale questo Stato ha una giustizia. 

Non è così. 
La giustizia dello Stato si ferma là, dove finiscono gli interessi dei parassiti e cominciano quelli di chi lavora.
Cerchiamo di non dimenticarlo mai.



venerdì 1 maggio 2015

"PRIMO MAGGIO: davvero?" di G Angelo Billia.


PRIMO MAGGIO: davvero? 

Di ritorno dalla liturgia del Primo maggio, dopo aver ingoiato il groppo causatomi dall’”inno dei lavoratori” suonato in una messa blasfema, officiata da sacerdoti legati a filo doppio alla “chiesa madre”, perennemente impegnati nella missione di trasformare la classe operaia in semplice appendice dei poteri forti, non posso che dar voce al rammarico più profondo.
Oggi, per i media del regime, il coro italiano è espresso da Francesco, che indica nell’expo il luogo dove ricercatori e operatori del settore alimentare devono risolvere la fame nel mondo. 
Non ho dubbi che le multinazionali dell’alimentazione abbiano già pronte le modifiche genetiche degli animali e degli insetti, affinché non possano replicarsi senza ricorrere a loro, ma forse il Dio di Francesco è proprio questo.
Squinzi, amabilmente intervistato conferma che “siamo” sulla strada giusta: riforme costituzionali e qualche bottarella anche ai dipendenti pubblici. 
Che quelli privati siano già “sistemati” è implicito.
Mattarella, dice che bisogna puntare alla piena occupazione perché l’afferma anche il Trattato di Lisbona. 
Mirabile esempio di costituzionalista, che dimentica la Costituzione, attratto anch’egli dal bidone acceso dalle lucciole europee e dal mantra delle frasi scontate.
Intanto l’ultimo atto della Repubblica sta per consumarsi a Roma, in quel Parlamento che si riteneva liberato dalla lotta partigiana.
Oggi si prepara la contestazione dell’expo a Milano. 
Decine di migliaia di persone si sono assunte l’incarico di dire a Renduce ciò che una classe operaia isolata, frastornata, ostaggio degli agenti del regime nel sindacato è incapace di dire: sei parte di un mondo destinato a morire, ricorda che ne seguirai la sorte, perché questa è la lezione della storia.
Concludo dicendo che, da persona riflessiva qual sono, ho sempre sconsigliato le “fughe in avanti” di chi non ha, poi, la capacità e la possibilità di gestire la fase successiva, quella propositiva, finalizzata a trasferire le conquiste dalla fase della semplice acquisizione a quella della loro trasformazione in legge dello Stato.
Su questo punto non mi ricredo, occorre un’organizzazione capace di inquadrare e gestire queste fasi. Ma, in coscienza, non posso tacere sulle simpatie che provo per quella massa di giovani che, secondo i parametri benpensanti gentilmente forniti dai media, sono definiti abitualmente con termini finalizzati ad indurre timore, ma che gettano il cuore oltre l’ostacolo affrontando il regime e il suo apparato da soli, rischiando, senza l’ombra di un rimprovero per quest’umanità tremebonda, che è persino incapace di concepire una protesta collettiva per la situazione nella quale il regime l’ha relegata.
Buona festa, ma vergogniamoci anche un po’, perché se ci riusciamo forse non tutto è perduto.

CORTE COSTITUZIONALE-FORNERO

Non adeguamento delle pensioni sopra 1.500 E. al mese illegittimo.
Davvero? Ma che strano!
Chissà che ne dice la Corte di questi articoli costituzionali.

(Considerazioni in attesa che venga designato dalla “sinistra” il costituzionalista dell’anno)

Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

Art. 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidita' e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.