martedì 19 febbraio 2013




PERFETTI SCONOSCIUTI
La competizione, si sa, è fatto istintivo, e agli uomini piace stilare graduatorie di tutti i tipi, arrivando ad escogitare le più bizzarre abilità,  pur di guadagnarsi, se non proprio la gloria, almeno un minimo di visibilità. La televisione, approfitta di questa “umana ambizione” e cerca l’auditel con programmi che mettono a confronto tutto: bellezza, misure, competenze, e quando non si può partecipare personalmente ci si illude di essere  “dentro”  anche seduti comodamente a casa, attraverso il televoto.
Tempo fa, sulla Rai, andò in onda “Il Più Grande (italiano di tutti i tempi)” sulla scia di un format televisivo di successo della BBC esportato già in moltissimi paesi: dalla Francia alla Spagna, dalla Germania, al Cile, agli Stati Uniti… con il compito di individuare il più grande personaggio mai esistito.
L'Eurisko, importante istituto di ricerca,  realizzò, a quel proposito, un’approfondita indagine stilando la classifica dei 50 italiani “più grandi” di tutti i tempi. Eccoli:

Lucio Battisti, Roberto Benigni, Mike Bongiorno, Caravaggio, Giosuè Carducci, Cristoforo Colombo, Fausto Coppi, Eduardo De Filippo, Vittorio De Sica, Dante, Leonardo Da Vinci, Federico Fellini, Enrico Fermi, Enzo Ferrari, Falcone e Borsellino, Fiorello, Rita Levi Montalcini, Giacomo Leopardi, Sofia Loren, Galileo Galilei, Giuseppe Garibaldi, Vittorio Gassman, Giotto, Anna Magnani, Nino Manfredi, Alessandro Manzoni, Guglielmo Marconi, Marcello Mastroianni, Giuseppe Mazzini, Michelangelo, Mina, Aldo Moro, Padre Pio, Papa Giovanni XXIII, Giovanni Pascoli, Laura Pausini, Luciano Pavarotti, Sandro Pertini, Francesco Petrarca, Luigi Pirandello, Marco Polo, Giacomo Puccini, Valentino Rossi, San Francesco, Santa Rita da Cascia, Alberto Sordi, Totò, Massimo Troisi, Giuseppe Verdi, Alessandro Volta.

Senza entrare in specifiche considerazioni sulla qualità e sui danni alla cultura di molti programmi trasmessi dalla televisione, è curioso notare come si sia potuto mettere a confronto personaggi storici e santi, uomini di scienza e dello spettacolo e chiedere agli italiani un voto, e uso un verbo caro a tutti gli appassionati di reality, per “eliminare” questo o quello.
Naturalmente è, come sempre, questione di gusti, ma trovo questa formula idiota e anticulturale, degradante verso il basso.
All’epoca, Askosarte propose una mostra dal titolo “Perfettisconosciuti”, lontana solo apparentemente dall’impegno sociale vantato, ma che toccava, anche se di fianco, la singolarità umana della ricerca della fuggitiva “FAMA”, definita sul dizionario italiano come «reputazione buona o cattiva di una persona»; che in altre parole significa che una porno star come Moana Pozzi è famosa e celebrata dalla gente come Santa Rita da Cascia .
Perché, se è vero che molti continuano a mantenere una testa “pensante”, è altrettanto innegabile che la notorietà , anche solo per  puro narcisismo, è una postazione che solletica più o meno tutti.
La mostra fu un, atto di ossequio verso  tutti gli s-conosciuti passati, presenti e futuri, sottintendendo, che a parte i pochissimi che passano alla storia diventando “immortali”, anche coloro che conosciuti lo sono stati, e lo sono a tutt’oggi, lo sono, a volte, in modo superficiale, parziale o distorto, e tornano,  spesso in breve tempo, nel dimenticatoio.


Sui “famosi” contemporanei, senza voler fare considerazioni morali, c’è un fatto curioso da segnalare.
Parlo degli artisti emergenti, che invitati a partecipare a un evento culturale/artistico, prima di aderire devono sapere chi c’è, chi cura l’evento e se ci sarà un catalogo. Se poi sono stati recensiti su una rivista d’arte specializzata, o hanno fatto qualche personale a Berlino o in un Museo in, allora non si concedono più.
Sull’altro versante, invece, tra gli “arrivati”, sempre più spesso capita, che per simpatia o per passione, questi regalino performance o esibizioni a sorpresa in sagre o happening privati realizzati a costo zero.
Un caso per tutti, quello del grande musicista Peter Gabriel, che dopo l’annullamento del concerto di Raf ad Arzachena, salì su un palchetto nel centro del paese e omaggiandolo con l’anticipazione della presentazione del suo, allora, ultimo album, che aveva come unica tappa in Italia, Milano.
Quasi a ricordare che il “momento artistico” è  disgiunto da certe dinamiche, ed è fatto “intimo, con-diviso”, che niente ha a che fare con il nome che porti e con il luogo in cui ti esibisci.
Per dirla tutta, poi, non si può non riflettere sul fatto che anche la notorietà, come tutto il resto, è un fatto relativo.
Se fama è essere conosciuti, questo riguarderà una sfera, un’abilità di un personaggio, mentre mai riusciremo a conoscere qualcuno veramente, e se pure si dovesse arrivare a conoscerlo, anche questo sarebbe transitorio perché tutto cambia velocemente, è relativo, cioè limitato a un certo ambiente, spesso elitario.
Chi conosce, per fare un esempio, la direttrice del Museo d’arte contemporanea Macro di Roma, se non gli appassionati d’arte contemporanea, e a volte, neanche tutti?
Quelli che raggiungono la notorietà a 360° sono santi, inventori, pop star.
Ipotizzando di riesumare la classica foto di gruppo di una prima classe elementare, si potrebbe affermare che tutti quei bambini, in un modo o nell’altro, si sono conquistati il proprio spazio nel mondo.
Il muratore, il parroco, l’insegnante, l’artista, avranno una certa notorietà ognuno nel proprio ambiente.
“Forse” all’artista è riconosciuto un compito diverso, e le opere d’arte potranno contribuire al vagheggiato salto quantico che renderà tutti più evoluti.
Ma sarebbe opportuno prima dis-ambiguare concetti come “arte” ed “evoluzione”, e si tornerebbe immancabilmente verso la relatività.
Tuttavia, supponendo che quella certa opera d’arte andasse a “toccare” il pubblico, perché sentirsi per questo, come unti da Dio?
Non è superfluo ricordare che persino Gesù, in alcune circostanze, è stato di-sconosciuto, e che nonostante l’evangelizzazione a tappeto attuata in tutti i tempi, rimane un perfettosconosciuto in molte parti della terra.
Uby Atza (Alice Rivagli)_ASKOSARTE_foto A.Rivagli


Perché l’arte contemporanea in paese non è arte paesana.

L’importanza di proporre l’arte in luoghi disponibili a un pubblico più vasto  e di interessare tipologie di fruitori sempre più eterogenee, il bisogno di intrecciare in modo più contaminato i linguaggi artistici.

La Sardegna della creatività e della cultura di questi ultimi anni, può essere meglio osservata mediante le iniziative di privati e associazioni che attraverso le attività dei luoghi deputati all’arte.
Da quest’ottica l’isola offre di sé un'immagine dinamica considerata l’intensità e la qualità dei progetti che queste realtà hanno saputo nel tempo attivare, promuovere e curare.
 E non si tratta di contare le mostre e le rassegne tenutesi negli ultimi anni, facendone una questione di quantità, ma di indagare su un cambiamento di costume che evidenzia una maggiore consapevolezza di questi privati del valore delle energie locali e dell’importanza di agire anche al di fuori dei soliti circuiti della fruizione artistica.
Appare evidente, l’intenzione di realizzare un’ideazione che si concretizzi in eventi che pur avendo una durata definita si introducono in un ampio percorso di ricerca e diffusione che mischi arte e vita sociale, che sovrapponga  i loro confini tracciandoli  progressivamente più sfumati,  in  cui le identità stesse si possano  ridefinire come insiemi di stimoli e influssi differenti, in termini di contaminazione di linguaggi,
Creare spazi di relazione dove immaginare, progettare e fare arte, intessere relazioni, scambi ed informazione, che coinvolgano curatori, critici ed artisti per dare impulso a un'arte che dialoghi in modo  più diretto e vivo con il pubblico.
Perché l’opera artistica possiede una natura condivisa con i destinatari del processo creativo e vive per interazioni che la trasmutano portandola a superare i confini dell’individualità dell’artista e a trarre sostanza da ogni punto di contatto con il mondo esterno.

L'evoluzione è faticosa perché manca la consapevolezza delle scelte da realizzare

 Un paese evoluto e in divenire  guarda al suo futuro e sa riconoscere nella creatività uno strumento fondamentale per educare e far crescere i suoi giovani, un paese lungimirante  sa che la formazione intellettuale  degli individui  è patrimonio sociale, e che il sistema-cultura è un concreto strumento di sviluppo per il futuro.
E questo sistema  è composto da idee, da azioni e soprattutto da SOGGETTI che fanno muovere il sistema nel luogo in cui vivono e agiscono in quel preciso momento.
 
 
Chiara Schirru _ASKOSARTE_ foto M.Mereu

domenica 17 febbraio 2013

Non esistono certezze formali


L'educazione alla pratica dei linguaggi dell'arte deve esigere l'ammissione che non esistono certezze formali assolute.
Le certezze formali nell'arte sono sempre temporanee, sono dei fotogrammi della nostra evoluzione linguistica e simbolica che non possono restare immobili, fosse così, leggeremo  quotidiani in lingua latina.
I linguaggi dell’arte devono continuamente riscoprirsi per abbandonarli e arricchirli quando se ne scopre l’operatività.
Questo favorirebbe l’individualità a vantaggio del collettivo e di forme in movimento senza uni-forme.
Solo questa educazione ai linguaggi dell’arte può renderci tolleranti, l’intolleranza è dovuta all’ignoranza, alla sottomissione, a istinti primitivi elevati a rango di etica indiscutibile.
Basta con le monoculture dai solchi tracciati, dove non si mischiano grano e prezzemolo, basta con trattori e betoniere che fissano lo spazio interno.





 
Tavor Art Mobil n.8  Route n.8
con Antonio Manfredi, artista prima che Direttore del Cam di Casoria, l’unico museo d’arte contemporanea dove le opere si bruciano e ci si relaziona senza il filtro del mercato alle libere ricerche artistiche. Joanna Romaniuk e la sua idea dell’amore. Carmine Calvanese e il suo sottile incontro in terra di confine tra il bidimensionale e il tridimensionale. Bob Marongiu l’artista sardo che ha più mercato nell’isola e per questo è bistrattato da enti e istituzioni accademiche. Carlo Sain e la sua pittura destinata a resistere al tempo per mezzo della plastica. Donatella Sechi e la sua visione della figurazione sospesa tra pop e espressione. Davide Carcanella e Barbara D’Annunzio dello spazio sott’olio a farci riflettere sull’erronea distinzione tra arte e artigianato. La pittura di Diego Dall’Ara l’artista oscurantista sospeso tra Morandi e l’espressionismo dark. Nama e le sue sculture nate dall’arte del riciclo e la nigeriana Bola Ecua e I suoi scatti fotografici iper naturalistici. Alfonso Siracusa e le sue idee omesse dalla massa, pronte per essere offerte ed indossate dal migliore sofferente intelligente. 

A leggere le opere in automobile Tes e Su Rais ossia il progetto “Underground solution”. 

14 Aprile – 13 Luglio, Primavera 2013: Antonio Manfredi (Doll’s house), Joanna Romaniuk, Carmine Calvanese, Bob Marongiu, Carlo Sain, Donatella Sechi, Alfonso Siracusa e Spazio Sott'Olio (Davide Carcanella e Barbara D'Annunzio), Diego Dall’Ara (Mov.oscurantista) e Augustine Namatsi Okubo feat la nigeriana Bola Ecua (Marco Lavagetto), . Per non dimenticare: Kumi Sugay, Garcia Rossi, Cy Twombly, Antoni Tàpies , Jorrit Tornquist, Ibrahim kodra e Giuseppe Migneco. In automobile Underground solution



















L'artista? Serve!

L'originalità del linguaggio artistico si discosta dai criteri di riferimento con cui di solito è giudicata, l'arte è per stato non oggettiva e deve essere distante dal mondo della realtà (nella idea dominante contemporanea), difficilissimo quindi dare di essa un giudizio immediato, l'imprevedibile direzione ed evoluzione del gusto formerà nell'immaginario collettivo il genio senza che il genio abbia merito alcuno se non quello della persistenza e impertinenza del genio.
L'artista ricercatore di altri linguaggi, o colui che si ritiene tale, vive per beneficio degli snob radical, per i quali il non conforme è sempre e comunque arte.
L'accoppiamento promiscuo tra lo snob e l'anticonformista crea il sistema commerciale e il successo sociale, che per nostra fortuna è temporaneo, questo colloca l'artista nella scala consumatrice gerarchica, un prodotto e una notizia più consumata o cliccata di altre nell'epoca del web 2.0.
La storia del linguaggio delle arti dimostra che l'innovatore è sempre volutamente e deliberatamente incompreso dai suoi contemporanei, questo perché sovente è così paranoico (penso a esperienze come la mia) da non cercare e apprezzare successo sociale e sano narcisismo; la gratificazione è nell'immaginazione e nel percorso processuale dell'opera.
Comunque sia l'artista serve, come non mai in società come questa della noia e della miseria, l'uomo nuragico aveva la cultura della materia e della pietra che idealmente l'univa al cosmo, oggi non si ha più la cultura di gesti automatici a volte eseguiti tramite macchine media, insomma l'arte è la strada per ritrovare il cosmo e evadere dalla prigione sociale, un poco di aria fresca, avvelenata da gas di scarico quando proposta da gallerie-galere o curatori-critici che fanno da filtro, questo chiamano cultura artistica gli addetti ai lavori.



sabato 16 febbraio 2013

L'arte è un piatto da consumare freddo

L'arte ha bisogno di creatori e di consumatori.
Il creatore/creativo deve essere motivato a creare e per farlo non deve trovare gratificazione nella sua società, deve con difficoltà inserirsi in una scala sociale gerarchica basata sulla produzione di beni di consumo.
L'artista sa che è praticamente impossibile giudicare il valore di una opera, i criteri di valutazione sono mobili, affettivi e non logici, questo è il territorio reale di consolazione dell'artista narciso, quando non è stimato si presenta come non compreso.
Comunque legato a tempi, luoghi e spazi sociali appartiene non a se stesso ma alla sua epoca, la sua è solo una sintesi di chi lo ha preceduto e una reazione a cifre e codici imposti.
L'opera e la vita di un artista hanno un prezzo, il prezzo della creazione e dell'ammirazione per l'originalità linguistica, ma opere e opera-azioni originali devono per forza discostarsi dalla norma del criterio e del giudizio, per cui il giudizio e la stima immediata non arriveranno mai.
L'arte è un piatto da consumare freddo, come la vendetta, l'arte è la vendetta dell'artista stesso.



Vergognati!


Negli ultimi decenni, impegno politico e militanza artistica erano considerati delirio narciso di una sinistra fuori moda.
Quanto sono stato dileggiato da personaggi come Politi? Etichettato come no global, disobbediente, narciso, ratto di fogna e comparato a Fabrizio Corona.
Quanti sono stati gli artisti sottomessi che pubblicamente da me hanno preso le distanze passeggiando nel conformismo?
Sono stati schiavi di una politica di mercato compiacente, ma purtroppo per loro l’escursione è finita!
Basta con la storiella dell’appartenenza individuale a sé stessi ed alla propria opera, l’artista è proprietà della comunità che lo determina, quando ha paura di scontrarsi con il potere è solo un artista della stabilità del mercato e deve vergognarsi!