mercoledì 13 gennaio 2016

Roma, Pigliaru e l'inceneritore "bonificatore" di Pier Franco Devias


Roma, Pigliaru e l'inceneritore "bonificatore" di Pier Franco Devias

Con la pubblicazione della delibera, avvenuta solo ieri, i Sardi scoprono quale è stato il regalo di natale della Giunta Pigliaru.
La notizia buona, per farci fessi, ce l'avevano data mentre eravamo distratti da arrosti e panettoni.
Ci avevano raccontato che preferivano dirottare a progetti di inclusione sociale e sviluppo urbano i venti milioni di fondi europei destinati a Tossilo.
E noi, per un attimo, avevamo pensato che forse era vera la storia che a Natale diventano tutti più buoni...
Invece il 23 dicembre, nelle stesse ore in cui il Registro Tumori svelava che la zona di Macomer ha l'incidenza più alta di diversi tipi di tumori, la Giunta Pigliaru, zitta zitta approvava il nuovo finanziamento di Tossilo.
Ma questa volta non con i soldi europei ma con quelli dei Sardi.
Infatti i venti milioni europei, negati all’inceneritore di Tossilo e dirottati su politiche sociali, venivano prontamente sostituiti da altri soldi già stanziati nella Finanziaria regionale 2015.
La cosa incredibile è che i soldi che ora andranno a Tossilo erano stati stanziati alla voce “bonifica dei siti inquinati e alla gestione integrata dei rifiuti”.
Soldi che, ovviamente, se verranno utilizzati per un inceneritore verranno a mancare per le bonifiche.
Ci chiediamo come faccia un assessore all’ambiente a spacciare il potenziamento di un inceneritore di rifiuti per “bonifica dei siti inquinati” e gestione integrata dei rifiuti”.
Ma la domanda è retorica. 

La risposta la sappiamo tutti:
L'Italia ha bisogno di risolvere la sua emergenza rifiuti.
E quando Roma ordina... la Giunta Pigliaru obbedisce!




Pier Franco Devias

lunedì 11 gennaio 2016

Io, tu, Togliatti e le sue parrocchie.



I vecchi socialisti non si sposavano in chiesa, non battezzavano i figli e ai loro funerali sventolavano le bandiere rosse.
Poi è arrivato Togliatti, "una sezione per ogni parrocchia", la seicento, la voglia pazza di uniformarsi... e così la mia generazione fu tutta battezzata... con l'acqua santa dei vecchi fascisti e la coca cola degli americani.





Antonio Musa Bottero

"Nutro ribrezzo per tutte le forme di religione" di Antonio Musa Bottero



 A me i mussulmani fanno proprio schifo, ma non posso essere tacciato di razzismo perché lo stesso schifo provo per cristiani, ebrei, atei e liberisti.
Distribuisco in modo equo e politicamente corretto il mio ribrezzo per le cinque religioni monoteistiche.
Voi direte, e il resto della bizzarra esperienza dell'evoluzione chiamata umanità?
Ad eccezione di pazzi, anarchici, disadattati, navigatori solitari e pensatori divergenti il resto dell'umanità o mi fa schifo o mi annoia.
Ora però, non voglio divagare, quello che mi preme ribadire è il mio ribrezzo per i mussulmani.




Ribrezzo inferiore solo a quello provato per peppeddiani e femministi della minchia che in queste ore stanno affermando che i maschi occidentali sono uguali, o persino peggiori, dei delinquenti di Colonia.

Antonio Musa Bottero

domenica 10 gennaio 2016

Apre Ikea a Cagliari...


Dedicato a tutte le giovani teste di minchia che stanno esultando per l'apertura di Ikea a Cagliari.
"Compagni" thatcherini pro-Ikea, pro-Amazon, pro-libero mercato. 
"Compagni" della minchia che non avete mai lavorato.
"Compagni" della minchia che vi guadagnate il pane facendo da Padre Georg all'assessore di turno.

Dedicato a voi:


Like so many others, I had become a slave to the IKEA nesting instinct.
JACK AL TELEFONO:
Yes, I'd like to order the Erika Peccary dust ruffles…
OPERATORE IKEA:
Please Hold
If I saw something clever like coffee table sin the shape of a yin and yang, I had to have it.
The Klipske personal office unit, the Hovertrekke home exer-bike. Or the Johannshamnh sofa with the Strinne green stripe pattern...
Even the Rislampa wire lamps of environmentally-friendly unbleached paper.
I would flip through catalogs and wonder "what kind of dining set defines me as a person?"
I had it all. Even the glass dishes with tiny bubbles and imperfections, proof they were crafted by the honest, simple, hard working indigenous people of...wherever.
OPERATORE IKEA:
Please hold.
JACK:
I was holding.
JACK:
We used to read pornography. Now it was the Horchow Collection.



Antonio Musa Bottero

sabato 9 gennaio 2016

T.A.M. Cagliari a Reggio Calabria


Pensando al progetto espositivo di “Questa Casa non è un albergo” era ben chiara l’idea di un percorso di sopravvivenza nella città che vuol dire resistere alla rassegnazione, all’accettazione della situazione in cui ci si trova come individui o come collettività nel suo insieme, ma soprattutto si è creduto in un’occasione dalla quale partire per iniziare il lento ma progressivo recupero di una coscienza civica, caratteristica di una comunità emancipata e protagonista dei processi di trasformazione.

La mostra è curata da Giuseppe Capparelli, organizzata e allestita dall’associazione“Techne Contemporary Art di Reggio Calabria”, in partnariato con “The Format Culture Gallery” di Milano e con la sponsorizzazione di “Contemporary Reload di Guido Cabib”.

Si svolge nei locali del Grande Albergo Miramare di Reggio Calabria, rimasti chiusi per oltre undici anni, trasformandoli, anche se per un tempo limitato, in atipici contenitori per l’arte contemporanea, uscendo così dai luoghi tradizionali dei musei e delle gallerie.
Una conseguenza di tale slittamento spaziale è la possibilità di raggiungere diverse categorie di pubblico che normalmente non gravitano nell’orbita delle attività di musei e istituzioni operanti nel campo dell’arte contemporanea.

Per novanta giorni il pubblico si confronterà anche con opere concepite espressamente per questo spazio divenendo così parte attiva nel processo creativo.
Avrà anche modo di assistere a incontri sui temi relativi a sistemi, modi e luoghi dell’arte.. .
Un modus che darà possibilità agli artisti invitati di scegliere quei costrutti che hanno a che fare con il mondo incastonato tra le pareti di una casa con due portoni d’ingresso, uno che dà sul tempo e l’altro nello spazio condiviso, offrendo così a visitatori e curiosi il modo di indagarne dinamiche e relazioni.

Scrive Giuseppe Capparelli:
“Un contenitore di contenitori in cui ogni artista esporrà se stesso, la propria domus, endo o esocentrica, la sua costruzione o il suo disfacimento.
Il vessillo della vittoria sarà issato sulla cima delle sue macerie oppure sul suo vertice ben edificato?
Ma a noi rispondere non interessa.
Saremo contemporaneamente clienti e concierge, posti con cura fra le sale, accatastati come valigie nella hall, trasportati da un piano all’altro; vividi voyeur dello shock temporale di cui siamo protagonisti.
Però in fondo questo albergo non è una casa; esistono delle regole superiori, dei rigori da cui è inutile prescindere.
Ora le possibilità risolutive, che si pongono davanti a noi, sono la condivisione, la fuga o l’indifferenza.
Come dire: basta saper decidere quale strada scegliere.
E la scelta è pur sempre un’opportunità da non sottovalutare.

Potrà tutto rimanere come sempre, con la sua poetica di decadenza postromantica, oppure tutto potrà essere stravolto e rivolto verso la coincidenza di nuovi linguaggi e di obiettivi comuni, come approdo in un porto sicuro.
Che siano anche gli altri a decidere, perché tutti dovranno sentirsi partecipi di questo progetto, che non riguarda solo un luogo, tassello riposizionato in un mosaico di contingenze, più ampio e ancora da definire, in un territorio già proiettato verso realtà globali più avanzate.
Ripensare nuovamente lo spazio e il tempo a venire, per una nuova identità, non solo del luogo ma dell’intera collettività, questo è il senso ultimo di un progetto culturale – perché tale può definirsi – che non è una mostra nell’accezione più comune che il termine sottende.”

ph Giulio Mangiaviti

giovedì 7 gennaio 2016

"Nessuno insulta più Bernard-Henri Lévy" di Antonio Musa Bottero



Un tempo pensavo che Bernard-Henri Lévy fosse il buco del culo del mondo intellettuale europeo. Rappresentante di un'elite ristrettissima, circoscritta ad un ambito di personalità ristrettissime: praticamente lui e Oriana Fallaci.
Oggi poveretto, è diventato una specie di luogo comune vivente. 

Ogni testa di minchia, non appena passa il concorsino da associato, inizia a ripete pedissequamente le sue coglionerie storiche.
Credo che Bernard sia disperato ma è la giusta némesi per un buco di culo del suo calibro
(mi sarebbe piaciuto se fosse stata viva anche l'Oriana nazionale... , a sentirsi applaudire da folle entusiaste di professorini, politichetti e giornalisti, senza nemmeno un cane che la insulti o la contraddica, le sarebbe scoppiato il fegato).



Antonio Musa Bottero

mercoledì 6 gennaio 2016

"TG1: Si parla delle unioni civili." di Viviana Bruno

Tg1 delle 20.00 (testata informativa principale della televisione di stato).


 Si parla di unioni civili e del diverbio ancora in corso per le stepchild adoption così descritte: possibilità per le coppie omosessuali di adottare. 
Ma porca miseria, si può fare informazione disinformando? 
Continua ad esserci un ostruzionismo pauroso e io non tollero più che venga bloccata questa legge per l'informazione sbagliata, che VOLUTAMENTE si fa. 
La stepchild adoption, letteralmente «adozione del figliastro», è il meccanismo che permette a uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno e non l'apertura alle coppie omosessuali di adottare. 
L'ITALIA È SEMPRE PIÙ VERGOGNOSA, la nostra politica è vergognosa e l'informazione corrotta che tutti i giorni ci propongono. 
Ma andatevene tutti a fanculo! 


#‎ddlcirinnà‬ ‪#‎distocazzo‬‪#‎vergognatevi‬ in Italia ci sono troppi bambini ‪#‎senzadiritti‬

Viviana Bruno