lunedì 22 settembre 2014

MUTI SE NE VA di G Angelo Billia

MUTI SE NE VA di G Angelo Billia

Non volevo entrarci, ma se parla di cultura Fassina…




Dunque, il Re della bacchetta se ne va dall’Opera di Roma. 

Contestualmente incomincia il diluvio delle recriminazioni: troppi vincoli; situazione ingestibile; vogliono farsi pagare se muovono ritmicamente la testa; vogliono l’indennità armi, in scena; ecc..
Muti è sicuramente un grande professionista e, come quasi sempre accade, il grande professionista, ( penso anche a quelli della Sanità, per esempio), è portato ad immaginare sé stesso al centro della scena. 

Di per sé la cosa avrebbe poco rilievo se non implicasse il disinteresse, per non dire l’aspettativa di totale sudditanza, verso coloro che comunque, in un modo o nell’altro, vuoi perché meno dotati, o meno fortunati, sono definibili semplicemente lavoratori dello spettacolo, della Sanità, ecc.
Questo vizietto dell’artista “arrivato”, spesso tollerato anche dai più critici, la dice lunga sulla sua totale omologazione al sistema di potere vigente.

 Si tratta di un’omologazione culturale che porta l’artista a ragionare come un capitano d’industria.
Come il capitano d’industria porge la mano che magnifica i suoi successi, dimenticando che sono sempre ottenuti a caro prezzo per i lavoratori che l’hanno costruito, e, esattamente come il suo omologo industriale, non sopporta l’”esigenza” dei sottoposti. 

La sostanza, nemmeno troppo recondita è: 
non m’infastidite con le vostre richieste, altrimenti me ne vado perché non mi meritate, c’è sempre qualcun altro che mi vuole.
Peccato, un vero peccato che, per un orchestrale, anche di grande talento, la stessa cosa non sia quasi mai possibile.
Lo so, si parla di gradi artisti e non si deve parlare di vil denaro. 

Ma ne voglio parlare lo stesso, per la semplice ragione che, nella mia grettezza equiparo un buon musicista ad un buon saldatore mentre paragono i “geni”, non sempre, ma spesso, al prodotto della “cultura” putrefatta, espressione diretta di una società in decomposizione iniettata dai teleschermi di regime.
Sono andato più di una volta su youtube a sentire l’esecuzione del Nabucco diretto da Muti e mi sono sempre chiesto se il merito maggiore spettava al maestro o alla “truppa”.

 E’ così, un “anticulturale” come me propende sempre per la “truppa”.
Che dipenda dal fatto che per strada, senza pretese e soprattutto senza atteggiamenti principeschi ho visto fior di artisti in grado di far impallidire il gota della cultura ufficiale?

 O forse perché la cultura ufficiale ha cercato di propinarmi capolavori, ma anche e soprattutto autori (artisti) che, dal mio modestissimo punto di vista facevano semplicemente cagare?
Per favore, prima di ricoprirmi di contumelie per la mia inarrivabile dabbenaggine, rispondete alla domanda se, almeno in questo caso, ha svolto un ruolo anche questa nota: $.
Se poi non basta pensiamo al vecchio adagio “non sputare nel piatto in cui si mangia”, e poi vediamo cos’è accaduto tempo fa alla Scala quando, all’arrivo di Re Giorgio, Re Muti, offeso, non ha eseguito l’inno di Mameli.
Si dirà che protestava contro la scarsità degli stanziamenti, ma, vi domando, anche quelli per Pompei? Dimenticavo, Pompei è stata costruita da artisti ormai morti e sepolti, robaccia.



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